Ragazze

Mi capita spesso di pensare a te, specie quando ho in mente quelle canzoni che hanno punteggiato i nostri anni insieme. Erano parole che mandavamo a memoria e le cantavamo nelle notti delle nostre uscite, sempre fuori, sempre per strada, impossibile per noi rimanere nella stanza dove si viveva e dove ci eravamo conosciute. Il caso ci aveva fatte incontrare, entrambe in cerca di un posto dove dormire. Avevamo trovato, tramite un annuncio su “ La Nazione “, il letto gemello nella stessa stanza. Tu venivi da Londra dove avevi fatto la ragazza alla pari, avevi necessità di studiare la lingua, volevi provare a fare la hostess. Io ero iscritta all’accademia di belle arti, corso di scenografia, volevo provare a fare cosa, non so. A pelle ci siamo trovate giuste e comunque non avevamo scelta, eravamo lì e non sapevamo dove altro cercare un posto per vivere. Ricordo la tua prima affermazione “ Scusami se non sono molto espansiva, ma ho mal di denti “ detta a una che di mal di denti aveva una certa esperienza. Così, facendo considerazioni di quanto male facesse il trapano del dentista, più del mal di denti stesso, cominciò la nostra storia. Ti feci parlare tanto, facendoti domande infinite sulla tua vita londinese, su quello che facevi a Firenze mentre aspettavi di cambiare la tua vita in meglio. Alla fine mi confermasti quello che sapevo per esperienza, il mal di denti era stato dimenticato. Così, in quella stanza essenziale, abbiamo lasciato una parte di noi, una parte di una storia che torna, difficile da dimenticare.

Elogio della provincia

Deve aver giocato un ruolo fondamentale nelle mie scelte di ragazza il fatto di abitare in una città di provincia. Si trattava allora, di decidere quale fosse la città dove avrei studiato, quella che più mi ” assomigliava “,  dove mi sarebbe piaciuto stare e che poteva offrire garanzie di ” sicurezza ” ai miei genitori. Scartai quasi subito Roma, città troppo affollata e levantina, così simile alle città più grandi della mia terra. Con Firenze fu amore a prima vista, le zone più centrali da percorrere a piedi senza difficoltà, tra le mille opere d’arte che fino ad allora avevo visto solo sui libri e studiato e delle quali conoscevo la storia e il significante. Non fu un amore lineare e ricambiato, un conto è l’apparente, altro il contenuto. Da studenti, lontani da casa si vive una sorta di estraniamento, a non rapportati ad altri si diventa trasparenti, come fantasmi in una moltitudine. In una settimana mi dissi mille volte stupida e piansi non so quante lacrime sulla mia condizione di esiliata. L. mi ” salvò “, come il cavaliere delle fiabe, restituendomi ad una dimensione provinciale e umanissima, facendo in modo che i miei quattro anni di studi potessero diventare  il bel ricordo di oggi. Firenze rimane una città di provincia, nonostante l’immane quantità di persone che attraversa le sue vie ogni giorno, conserva ancora l’aspetto che più amo in una città, la dimensione di luogo a misura di persona.  Il retaggio di provincialismo –  e del sostantivo disconosco l’accezione più negativa che vuole colui o colei che vive in provincia come una persona gretta, limitata nella cultura e nei modi – l’essere di provincia, dicevo, te lo porti dietro sempre, te ne rendi conto quando visitando altre piccole città, ne apprezzi il passo e la lentezza, le belle piazze e i colori. Forse non sempre la gente è come la vorresti, ma la gente è uguale a se stessa in ogni città e in ogni situazione, nel bene e nel male. ( Riflessioni per le piazze di Ascoli Piceno nel giorno dell’Angelo )

…piccola città io ti conosco,
nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo che cambia in meglio,
ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e tornano
visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano… ( Piccola città, Francesco Guccini )

Firenze val bene un G7

G7… ma perché non siamo in otto? Perché manca Lancillotto! Il nostro domani prevede un vero e proprio tour con annessa guida – signora Laura che gli dei la benedicano per il garbo e l’infinita pazienza! La nostra visita inizia al Duomo affollato di turisti, ma tutto sommato condizione prevedibile. Quello che non prevediamo, dopo la sosta alla bellissima santa Croce, è il concentrato di polizia, carabinieri, finanza, annessi e connessi a Piazza della Signoria dove nel Palazzo Vecchio sono in gita scolastica quelli del G7 della cultura, anche loro! Be’ insomma loro sono in una condizione di privilegio, noi non riusciamo neppure a guadagnare una sosta con foto alla loggia dei Lanzi. E se Carlo e Camilla dovranno sciropparsi un pranzo di gala, noi abbiamo un ristorantino in una strada lì vicino che ci aspetta, dove miracolosamente non compare nessuna cotoletta surgelata. Carlo? Camilla? facciamo uno a zero per noi e palla al centro! Firenze ci regala un pomeriggio di sole e l’impagabile skyline della città da Boboli. In pellegrinaggio a via de’ Velluti, dove in epoca lontana ha abitato la prof studentessa, ci perdiamo un bel gruppo di alunni con annessi docenti. Poi l’idea geniale dell’ex studentessa: andiamo a ponte Santa Trinita così potete fotografare ponte Vecchio da lontano… è vanificata dal gruppo gita G7 che ha avuto la stessa idea! I carabinieri messi a sbarramento dell’accesso al ponte ci fanno una faccia cattivissima al solo accenno di una sortita. Carlo? Camilla? uno a zero per voi, e siamo pari! Il giorno si conclude a Signa con il solito trattamento surgelato. Dopo cena i ragazzi sono al settimo cielo, potranno far visita ai loro sodali nelle stanze altre, per grazia della tappa ma tosta. Che avranno da gioire, le stanze fanno squallido tutte allo stesso modo. Ma non gioiscono per la visita alla struttura, no eh? Anch’io ho questa impressione…

Shopping Non so per quale strana ragione il must di questo viaggio sono le t shirt di Hard Rock Cafè. Il pellegrinaggio si compie a gruppi separati, l’ultima mattina consentita, per evitare che debbano chiamare rinforzi esterni per contenere gli entusiasmi. La prof chiede timidamente di visitare, lei sì per ragioni d’età, la toilette dell’emporio café. Ed è come calarsi in un film di vampiri, tutto nero nero, rosso e dorato, il trionfo del Kitsch assoluto. Sono sopraffatta da cotanta ostentazione da avere quasi timore a lasciarla lì, ma la ragione di stato – fisico – prevale!

I tre moschettieri Incontriamo ancora una volta A. e con lui il carissimo L. identico a se stesso come quando era studente all’ accademia di Belle Arti insieme alla prof. Capelli bianchi a parte, ritrovo in entrambi i ragazzi di allora, complici i ricordi comuni. La promessa, nel lasciarci, è di non far trascorrere altri quarant’anni. Tutti e tre conveniamo che lasciar passare nuovamente  così  tanto tempo non sia proprio una buona idea. Anche facendo affidamento su una bella dose di ottimismo, cento e più anni sono un’ incognita, qualunque cosa ne possa pensare la Fornero.

Il fondo L’abominio è costituito da un pranzo – l’ultimo, ringraziando il Parnaso tutto – allestito in un postaccio a metà tra una casa del popolo in disarmo e una pizzeria di centesima categoria. Ne veniamo fuori quasi digiuni e maleodoranti. Stendiamo un velo pietoso sull’immangiabile e puzzolente secondo piatto a base di indovinate? cotolette surgelate e nemmeno cotte a dovere!

A casa, a casa! Sul treno del ritorno tre sventurati estranei tentano di non lasciarsi coinvolgere dall’entusiasmo degli alunni di ritornare alle patrie galere. Dopo una serie di telefonate dei ragazzi a casa, sappiamo per filo e per segno il menù del giorno dopo, per fortuna stavolta casalingo e senza cibi surgelati. Tutti i prof  tentano inutilmente di farsi invitare al pranzo domenicale dei ragazzi, ma quelli non vedono l’ora di sbarazzarsi di noi. L’orda dei genitori, non più contenuta dalla tappa ma tosta, si appropria dei propri amati pargoli, alla stazione di Barletta e sciama vociante verso l’uscita. Ci guardiamo un po’ sgomenti per la sensazione di vuoto che si è creata intorno. Per tre giorni ci hanno allietati di vocianti schiamazzi, di strane richieste, di commenti curiosi.. Ma tanto li ritroveremo a scuola lunedì!

I figli sono ” pezzettoni ” di cuore

Moltissimi anni fa, da studentessa, ebbi occasione di recarmi a casa del mio prof di teatro, Piero Lorenzoni, per aiutarlo nella sistemazione della sua enorme biblioteca. Un giorno mi presentò la sua mamma, la signora Ida, vedova di un docente universitario antifascista e genitrice di una staffetta partigiana, entrambi morti nel periodo dell’occupazione nazifascista di Firenze. La signora, un’arzilla vecchina di 90 anni, nella conversazione che seguì alla presentazione, ad un certo momento commentò con un, ” il mio bambino “, riferendosi al mio attempato e balbuziente professore che, all’epoca, tutto pareva fuorchè un bambino! Poi aggiunse, a mo’ di scusa: Sa, signorina, per noi mamme i figli sono sempre dei bambini. Allora liquidai la frase come l’esternazione di una vecchietta un po’ svanita e sopra le righe. A quella frase ho pensato ieri, giorno del 18 compleanno del ” cucciolo ” di casa. Non considero i miei figli dei bambini, non posso farlo poichè sono degli spilungoni da un metro e ottantacinque l’uno, che occupano con la loro presenza ogni spazio vitale se, inavvertitamente, ci troviamo nella stessa stanza insieme, che hanno barba e brufoli, e riescono a prendermi in braccio come fossi un fuscello; non posso farlo, sarei ridicola. Non posso fare a meno, però, di ricordare com’erano, di provare una tenerezza infinita e un amore grandissimo per quello che sono e per quello che erano; la mia memoria ha sempre un spazio enorme che apparterà a loro per sempre. Come diceva Flaiano

I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume.

I miei giorni indimenticabili, quelli di donna e mamma, sono sicuramente due, quelli in cui i due ” pezzettoni ” qui sotto hanno avuto voglia di venire al mondo.  

Cinquanta sfumature di grigio

Tante e tali – e forse anche più – di un grigio fondo, sono le sfumature della politica porno soft che propone Matteo Renzi, illuminato (?) signore di Firenze. Che i pentiti Pdl votino per me! dice. Ma quei bei schieramenti di una volta, Guelfi da una parte e Ghibellini dall’altra no, eh? 😀 

immagine dal blog ” L’atride “

Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna. Hare Hare…

Un lampo arancione ha catturato i miei occhi stamattina. Sul marciapiedi opposto un  Arancione chiedeva informazioni ad un passante. Un Arancione, a Trani?! Se c’è qualcosa che funziona come fattibile macchina del tempo a buon mercato, quella è sicuramente la memoria. Mi sono trovata a canticchiare in automatico Hare Krishna… e via mantreggiando. Nei miei anni fiorentini ho visto per strada Bambini di Dio, Hare Krishna, Arancioni. Tutti pittoreschi, tutti in gruppo, con cimbali, sandaletti, palandrane e tamburelli. Regalavano sorrisi e mantra, ma se rivolgevi loro la parola era la fine. Il senso del loro stare per strada era quello del proselitismo, ma di quello duro e puro. Mi imbattevo in un gruppo di Bambini di Dio tutte le mattine nel sottopassaggio della stazione; dopo le prime insistenze facemmo amicizia: Giuseppe, americano della California, parlava un italiano paperinesco. Rinunciò a farmi diventare una bambina – d’altra parte ero poco più che una bambina, non ci sarebbe voluto molto! 😀 – e faceva pratica riflessa di vita studentesca. Hare Krishna, Hare Krishna

Storie nella storia – dell’arte

Il figlio più piccolo sta studiando storia dell’arte. ” Butto un’occhio ” e mi trovo al cospetto della Crocifissione del Polittico di Pisa del Masaccio. Commento del figlio: < Quant’è brutto ‘sto Cristo senza collo! > Ma sta studiando dall’Argan e sono sicura che tra poco cambierà idea. Però gli dico: < Dovresti leggere ” Le vite ” del Vasari! > < Vasari chi? > < Giorgio, aretino, vissuto nel Cinquecento… ne ” Le vite dei più eccellenti pittori, ecc. ecc. ” ha raccontato degli artisti vissuti a Firenze durante il Rinascimento e oltre. Il primo compendio, in pratica, di storia dell’arte! > < E come è scritto? > Mi viene da dirgli in Cinquecentese, ma ripensandoci si potrebbe dire in Mollichese – da Vincenzo Mollica. L’avete presente il Mollicone nazionale? L’avete mai sentito parlar male di qualche artista da lui intervistato? Be’, lo stesso faceva Vasari. Tra le cento e passa vite di famosi e non, gli fosse mai andato di traverso una pennellata, un archivolto! I prodromi del buonismo affondano le radici nella storia dell’arte! 😀

François Truffaut of my mind

Zio ” Google ” mi dice che oggi ricorre 80° anniversario della nascita di Truffaut. Se fosse stato ancora in vita ne avrebbe avuti tanti; neanche tanto vecchio, a pensarci bene. Sarebbe stato un anziano bello e speciale così come è stato un giovane bello e speciale. I suoi  film li passavano a tarda ora sui canali Rai quando ero ragazzina. Li rividi tutti in rassegna al Cinema Universale di Firenze, da studentessa dell’Accademia di Belle Arti. Truffaut eravamo noi, la storia di Antoine Doinel assomigliava a tutte le storie di adolescenti incompresi. Negli anni, più volte a scuola, ho mostrato ai ragazzi ” I quattocento colpi ” e la vicenda ha incontrato sempre il loro apprezzamento – per quanto il film fosse datato in un bianco e nero inusuale per loro – segno che le storie ben scritte e ben dirette sono immortali. 

P.S. Da leggere di Mario Serenellini ” Truffaut Le mie prigioni ” – Repubblica del 5 febbraio 

Pelù

Il penultimo anno di Accademia ci spostarono in Santo Spirito. A San Marco restauravano e solo alcuni corsi avevano l’accesso nella sede storica; noi di Scenografia andammo di là d’Arno. A me faceva comodo, ero casa e bottega in zona. Avevamo smesso da tempo di essere le perle di Via Repetti e, finalmente, avevamo preso casa in Via de’ Velluti. Se a qualcuno dovesse interessare il pellegrinaggio nei miei luoghi storici, basta posizionarsi di spalle a Pitti e infilarsi nel primo budello di fronte lo storico palazzo mediceo. Come dire: dalle stelle alle stalle. Noi stavamo alle stalle! 😦 Via de’ Velluti viveva in ombra la maggior parte del tempo e solo le finestre in alto guadagnavano a fatica un poco di sole quotidiano. Il parterre era disseminato di botteghe artigiane dove si lucidavano gli argenti, in evidente conflitto di interessi con il nome della via che rimandava a stoffe morbide, nome, di sicuro, retaggio di altra storia e altre botteghe. Allora, Via de’ Velluti… noi stavamo al cinque, al quinto piano. Senza ascensore, naturalmente. E un coro di lucidanti che al mattino, mentre passavamo, ci accompagnavano con ” O bellona, in dove te tu vai? ” Va be’… In Piazza Santo Spirito, c’eravamo noi che finimmo per somigliare ad una scuola superiore, tutti i corsisti in un unico miscuglio, grandi e piccoli, multietnici col prof di storia del teatro che diceva a noi ragazze: “Frequentate gli iraniani così imparano l’italiano ” e quelli che non vedevano l’ora di frequentarci! 🙂 In uno dei due bar sulla piazza andavamo per il cappuccino o il gelato, nelle giornate calde. Qualche volta c’era Pelù, ragazzo come noi, lì oppure al Banana Moon

Le perle di via Repetti

I ricordi trovano casa in angoli remoti e piccolissimi della nostra mente, tenuti a bada dalle cose che succedono. Le cose evolvono rapidamente, a loro volta, in ricordi e tutto può essere ricondotto ad una sorta di circolo vizioso. La vita accade oggi e dopo poco si trasforma in qualcosa da mettere in conto nella memoria. A volte capita che i ricordi vengano liberati da un odore oppure da un colore che attraversa il nostro campo visivo e ci fa pensare ad un tramonto che fu, o una parola detta per caso da una estranea… – Signora ha venti centesimi? Stamattina. – Che c’hai cento lire? Trent’anni fa. Ti ho dato i venti centesimi che ti servivano chissà per cosa, ma spesso quelle cento lire che mi chiedevi, tu della mia stessa età, non potevo dartele perchè il mio pranzo alla mensa costava poco più di cento lire e tutto era misurato, anche i soldi. E andando a lavoro ho fatto un pezzo di strada col ricordo di Via Repetti a Firenze. Stavamo lì in subaffitto da M. T. una matta di Bologna che ci aveva relegate nell’angolo più freddo e scalcinato della casa. Una stanza piccolissima con due letti e una stufa malmessa, la libreria di cassette in legno, un must di quegli anni. Il minuscolo bagno multiuso nel corridoio: si risciacquavano i panni, le pentole, le membra. Il cucinino ricavato nel sottotetto, solo tegole a dividerci dal cielo. D’inverno ci potevi conservare anche i surgelati senza problemi. Ad un certo punto subaffittammo, a nostra volta, ad un gatto bianco. A.C. la mia compagna, amica, sorella d’avventura lo chiamava Tobia, il gatto più scemo che ci sia. Dopo poco però, lo portammo in trasferta in montagna, sulle Apuane, dove abitava la famiglia di A.C. Trovò la morte a causa di un’auto; Tobia era sordo e non s’accorse che di lì a poco nulla sarebbe stato come prima. Neanche per noi sarebbe stata la stessa cosa in Via Repetti, chè una sera, dopo aver ascoltato M. T. litigare furiosamente con qualcuno al telefono, ci trovammo a doverla salvare. Aveva provato a togliere il disturbo nella maniera più spiccia, alcol e sonniferi. Vomitò anche la voglia che aveva di morire, quella notte, chè la riempimmo di caffè nero e di: Sveglia, stai sveglia! Gli amici, che amici!, si rifiutarono di aiutarla, di aiutare noi due che non avevamo il coraggio di chiamare una autoambulanza chè la padrona di casa, spocchiosa signora bene della Firenze con la puzza sotto al naso, abitava al piano nobile. Già ce l’aveva con i greci – vattelapesca perchè! – figuriamoci se avesse visto la Misericordia portarsi via la matta. Resistemmo tutta la notte e la mattina dopo M. era ancora la nostra sub/padrona di casa. Durante l’estate cercammo un’altra sistemazione. Perchè perle di Via Repetti? Adesso che ci penso siamo state davvero due perle, io e A.C. Ma più banalmente ci eravamo battezzate così per via di Sandokan e della perla di Labuan. Kabir Bedi era il nostro attore preferito e noi, be’ noi eravamo le perle di Via Repetti!