Viva la libertà ovvero l’elogio della Politica

viva la libertàNel film di Roberto Andò, Viva la libertà, il messaggio si percepisce forte e chiaro, c’è nostalgia per la Politica, quella praticata con i dovuti accorgimenti e con la passione del caso. La trama è costruita dalle attuali circostanze: un partito di sinistra, all’opposizione, è condotto da un segretario che ha smarrito le Idee e le parole per praticare il suo ruolo all’interno del partito stesso e nella società. Una storia che ci è ben nota, la politica svilita e asservita ai giochi di potere, alle alleanze, ai cattivi costumi. Il segretario, miracolosamente, si stanca del suo inutile ruolo e sparisce dalla circolazione, rifugiandosi presso una sua antica fidanzata, in Francia. A quel punto vanno nel panico le persone che più di ogni altre sono custodi della staticità dell’uomo e del suo immemore e svilito personaggio, il segretario portaborse e l’attuale compagna che più che amare l’uomo, ama il potere rappresentato dall’uomo. Ci si ricorda che il politico ha un fratello gemello che ha stazionato in una clinica per malati di mente per diverso tempo, ma è un fratello intellettuale, un filosofo che scrive libri, musicofilo,  uno che utilizza come pseudonimo il titolo di un’opera di Verdi, Ernani, che canticchia La Forza del destino. Viene proposto a Giovanni Ernani di prendere il posto del fratello latitante e tranquillamente il pazzo accetta. Si scopre così che la verità nuda e cruda applicata alla politica raccoglie consensi nuovamente e riabilita l’uomo segretario e l’uomo politico. Si riflette, a ragione, su molte parole dette nel film e alla fine si considera che ora come ora per farla la Politica – quella con la P maiuscola – bisogna essere davvero matti, loro hanno il coraggio del saper raccontare la verità, senza mezze misure. Un film da vedere assolutamente, magari prima delle votazioni. Come sempre Toni Servillo è un mostro di bravura; bella anche l’interpretazione di Valerio Mastrandrea, il portaborse.

Cinemà, tormento e delusion!

Spezzo una lancia a favore dei film con una storia evidentemente raccontata. Sì, è vero, tutti i film hanno una storia da raccontare, ma sovente – se si tratta di alcuni film italiani – la storia è appena accennata e risicata. Ho visto ieri l’altro ” Il primo incarico ” di Giorgia Cecere con Isabella Ragonese. Ambientato nella zona dei trulli – Bassa Murgia e non come erroneamente riportato nella recensione di Mymovies a sud del Salento – tenta di raccontare con pochissime parole, la storia di Nena maestra al primo incarico nell’Italia rurale degli anni 50. Lei lascia un amore borghese e si infogna in un matrimonio senza sogni. Nessuna passione, un film senza sangue. Hai voglia a dire che si tratta di un affresco delicato di un mondo femminile d’altri tempi e bla bla bla, la noia è di casa. Penso a ” Lezioni di piano ” di Jane Champion oppure ad ” Un angelo alla mia tavola ” della stessa regista. Storie di donne, ma che storie! – sono quelle che mi sono venute in mente senza pensarci più di tanto. Com’è che gli sceneggiatori italiani dell’ultima generazione non riescano a partorire delle storie che valga la pena di vedere? Oggi, ad esempio, ho la possibilità di andare al cinema a vedere ” Bella addormentata ” e ” Gli equilibristi “, ma anche ” E’ stato il figlio “. Che faccio, ci vado? Sono tre storie toste, ma con il vezzo – sempre italiano – di guardare il buco dell’ombelico della trama piuttosto che altrove. ( Mi sono consolata la vista, però, stamattina con ” La fontana dell’amore ” con un Gary Cooper strepitoso! Ahhh, sospirone, altro che Scamarcio! 😀 )