La scuola finita non è

chiuso_per_ferieTecnicamente, esauriti scrutini, consegna schede e ultimo collegio docenti una pensa – e pensa male – che la scuola sia ormai l’incubo che si ripresenterà appena girato l’angolo dell’estate. Invece stamattina ” babbo ” ha reclamato la presenza- mia – al telefono ore pasti con un neanche ” Pronto? ” d’ordinanza bensì proferendo a gran voce il mio cognome. Il figlio che rispondeva è stato tentato dal disconoscerlo, ma poi s’è reso conto che nonostante l’approccio del tizio da ignorante civile – colui che ignora le regole della convivenza civile – doveva necessariamente informarlo che la di lui mamma – io – sarebbe tornata come vivandiera per le truppe – ero a fare la spesa – di lì a poco! Sicchè al rientro lo richiamo e lui mi bofonchia di una circolare, di un link, di un sito, insomma un guazzabuglio mica male. Per farla cortissima gli ho detto che sarei andata domattina – nuovamente! – a scuola alle 8 e trenta – sob! E lui: Non più tardi chè dopo ho l’impegno della commissione di valutazione – per le nuove immissioni in ruolo ( n.d.r. ). E ha aggiunto: Me ne faccio due al giorno, di colleghe! Ripetendo compiaciuto la ” bellissima ” battuta per ben due volte! Non ho commentato e ho chiuso salutandolo. Me ne sono pentita, del saluto, non meritava neppure quello. Per fortuna va in pensione!

Dream a little dream

” Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni ” dice il poeta. E c’è da credergli se nel sogno si vive una condizione di corporeità che è propria dell’onirico piuttosto che dell’essere fisico. Sicchè sogno e realtà vivono condizioni di parallelismo, in simbiotica fusione nel giro di una fase REM. Mi chiedo però, come è successo stamattina appena sveglia da una specie di  sogno lucido, quale ragione può aiutarti a sostenere che un sogno è tale, se anche nel sogno provi disappunto per un voto insufficiente del figlio dato da un docente che nella realtà non insegna matematica, ma greco; se nel sognare trovi indecente il prezzo che ti viene detto per un’ora di ripetizione per quella materia in cui tuo figlio deve riparare l’insufficienza; lo stupore nel vedere che un intero condominio stende i panni alla fine di una scalinata alla Escher e la domanda, logicamente sognante o realmente ovvia? come avranno fatto i figli a spostare da un letto all’altro della loro stanza, sistemata nel vecchio negozio dei miei genitori, il corpo di mio nonno paterno defunto, avvolto nel cellophane come un fascio di fiori? Risposta immediata: se è morto è rigido, quindi facile da spostare! Al racconto del sogno ai famigli mi sono sentita dire: Smettila di sniffare coca prima di andare a letto! 😀

Con gli occhi di un padre – Zigulì

Qualche giorno fa ho visto l’intervista che Daria Bignardi ha fatto a Massimiliano Verga, autore del libro ” Zigulì, la mia vita dolceamara con un figlio disabile “. Il racconto del padre sembrava smorzato dal probabile imbarazzo per essere lì in uno studio televisivo. Un padre reticente nell’esporre quello che invece il libro racconta in modo preciso: la vita quotidiana, lo scontro ripetuto con una realtà pazzesca e castrante, quella dell’avere un figlio pluriminorato – termine ” tecnico ” per dire di un figlio che non vede, non parla, si esprime urlando. Non ho ancora letto il libro, cosa che mi ripropongo di fare a breve, ma Igor Salomone, consulente pedagogico ne ha scritto una bella recensione che vi propongo integralmente: 

E’ una scrittura tesa e potente quella di Massimiliano Verga. Parole che sbattono in faccia scene di vita quotidiana ai limiti del tollerabile. Un album di fotografie, di istantanee crude e violente provenienti dal fronte. Guardi la prima e distogli lo sguardo dopo un istante, passando alla successiva nella speranza di una tregua. Ma  non c’è via di scampo. Una dopo l’altra tirano per il bavero il lettore, costringendolo a guardare sino all’ultima pagina. E a vedere.

Questa è la vita accanto a una persona disabile, sembra dirti dritto negli occhi l’Autore, e non ci sono cazzi. Piantiamola di prenderci in giro e di raccontarcela. Se sul fronte non ci siete mai stati, toglietevi quel mezzo sorriso di finta empatia e fatevi un giro per la piazza nella quale abitate: scoprirete che il fronte è lì, al vostro fianco, sotto i vostri piedi, davanti ai vostri occhi, mentre pensavate fosse lontano, altrove, anzi, mentre neppure sospettavate esistesse una guerra, solo per il fatto che non siete chiamati a combatterla.

Zigulì, la mia vita dolceamara con un figlio disabile, al primo impatto non sembra neppure un libro. Si presenta come quelle vecchie scatole di cartone riempite alla rinfusa di foto che all’occorrenza ripeschiamo una a una sfruculiando con le mani. Anche Zigulì si può sfruculiare pescando a caso. Lo vendessero a capitoli, li si potrebbe mettere in un vaso e poi agitarli prima dell’uso, ricombinandoli tutte le volte. Ma non è così. Il libro di Verga è uno di quelli che apri, leggi la prima pagina e poi non puoi smettere perchè col fiato corto devi vedere come va a finire. Solo che non va a finire da nessuna parte. Zigulì non è un viaggio, è una giostra che gira su se stessa e a ogni giro sai che un altro giro è andato e, per quanto te ne manchino ancora tanti quanti una vita, sai che è uno di meno.

Eppure è un libro sull’amore. Sull’amore e l’intera gamma di sentimenti che trascina con sè l’infrangersi dei sogni e il disgregarsi del futuro. Le parole di Verga distillano con una efficacia straordinaria rabbia, cinismo e infinita tenerezza. Riescono a ribaltarti nel giro dei pochi capoversi che compongono i capitoli, sballottandoti tra la disperazione e la leggerezza, la dolcezza e la ferocia, il sarcasmo più amaro e l’esistenza possibile che lasciano intravedere.

Ma Zigulì è anche un libro reticente. Nonostante l’estrema esposizione di una vita, la nitida crudezza delle immagini ad alta definizione, la nudità delle fatiche e dei sentimenti. O forse proprio per questo. Occorre riaversi dall’abbaglio che produce una verità sparata senza veli, per accorgersi che quell’abbaglio getta un velo su altri pezzi di verità. Stropicciandosi gli occhi, vien da chiedersi che strano mondo disegni Massimiliano Verga in queste pagine. Un mondo unidimensionale costruito sull’esclusività del rapporto tra un padre e il figlio disabile. Tutto il resto è ambiente dal quale attingere motivi di rabbia e frustrazione, spesso, e occasioni d’aiuto, talvolta. Anche di soddisfazione alternata allo sconforto, ma si tratta solo dell’Inter.

Si può descrivere la propria paternità, raccontandola un figlio per volta? E’ possibile cercar d’essere un padre migliore, senza capire cosa hai imparato essendo figlio di un padre, anzi di due e contemporaneamente, come confessa e poi immediatamente tralascia Verga? Si può parlare del proprio esser padre senza incrociare lo sguardo con quello di altri padri al di là del campionato di sfiga cui tutti partecipano con risultati ovviamente diversi? Si può esporre la propria paternità senza chiedersi dove finisce il ruolo paterno e dove inizia la propria condizione di uomo? E come tra loro si parlino? La risposta è sì, si può. Ed è proprio ciò che fa Zigulì, lasciando però il nostro ascolto sospeso per aria. Questo libro, alla fine, è un paradosso: è la massima esposizione pubblica di una paternità raccontata in totale solitudine.

Zigulì non dà risposte nè vuole darne. Ma non apre neppure domande, tranne quelle che riusciamo a porci se, dopo averne accolto le urla, gli schignazzi e le preziose carezze strappate agli schiaffi, proviamo ad ascoltarne i silenzi. Da qui ognuno può poi partire per cercar risposte, ringraziando in cuor suo il poderoso calcio nel culo regalato da quelle pagine.