Stendi una relazione

Antoine-Laurent_Lavoisier_(by_Louis_Jean_Desire_Delaistre)Tempo d’esami. I miei sono quelli dei miei pulzelli ormai arrivati in terza. Qualche giorno fa abbiamo iniziato con il canonico scritto di italiano – prima prova, quella che pietosamente ci illudiamo che sappiano fare tutti con facilità, tanto chi vuoi che non sappia infilare due parole, sensate, di fila, in uno scritto… due parole sensate in uno scritto, seee… insomma Italiano, la titolata titolare, raccomanda e rassicura poi, voilà, legge le tracce. Scrivi una lettera o una pagina di diario, un classico delle patrie lettere degli esami di terza media, una seconda traccia sulle memorie personali e in ultimo viene fuori un Stendi una relazione su un argomento di studio… stendi una relazione?!? Si stende la pasta col matterello, si stende una tovaglia bagnata al sole di giugno – al sole qualche volta sì, qualche volta no – si stende un avversario al tappeto, se proprio si deve, tutto si stende, ma una relazione pare brutto. Ho espresso la mia perplessità sulla brutta espressione e Italiano con il broncetto da Italiano dura e pura mi fa: Ma è un termine tecnico! O bellina, il termine tecnico si crea, si distrugge e si trasforma – e scusami tanto signor Lavoisier se  ho creato e distrutto in un solo istante, senza neppure passare dalla trasformazione, la legge della conservazione delle masse! Lì per lì ho pensato ad un Relaziona su un argomento di studio oppure Scrivi una relazione o, addirittura, Presenta una relazione tanto per far felice il signor Treccani. Volendo ce n’è per tutti i gusti, ma stendi una relazione merita uno stendi un velo pietoso. Sì, quella è la morte della relazione stesa all’ignoranza di giugno.

Una prof mamma

haring-keith-heart-of-figures-2631648Sarà che l’alliscio al prof fa sempre colpo sull’interessato, sarà che quelli non sanno mai di che scrivere, sarà che forse, ma forse eh, sono sinceri, sono finita nelle prove scritte di italiano di alcuni dei miei alunni. Quella di M. è stata una sferzata di sincerità. Il senso di quanto ha messo nero su bianco è stato questo: malgrado tutto mi scoccia ammetterlo, ma mi mancheranno la prof C. e il prof L. – il mio allegro compare di merende, Italiano! M. tutta spigoli e pessimo carattere, onorata di essere finita dritta dritta nel database del tuo cuore, la verità. Anche qualcun altro ha scritto, la prof C. è stata per noi come la mamma – mi ha fatto venire in mente di colpo Lo shampoo di Gaber, ” la schiuma è una cosa buona, come la mamma, che ti accarezza la testa quando sei triste e stanco, una mamma enorme, una mamma in bianco! ” Ho accarezzato le loro teste? Sì. Ho controllato le loro fronti quando millantavano febbre inesistente? Sì. Ho dato loro i fazzoletti quando starnutivano? Sì – giro sempre con almeno cinque pacchi di fazzoletti di carta, in borsa, sempre! Ho dato loro buoni consigli? Sì – almeno ho provato a farlo. Li ho fatti ridere? O riflettere? Sì, penso proprio di sì. Ho suggerito loro quando serviva? Sì – beccandomi gli improperi di Matematica! Ci sono stata per loro? Sì. E nei prossimi anni avrò modo di ricordare il loro viso, le loro storie, i loro sorrisi, rileggendo quanto ho scritto in queste pagine. Già ora sono ricordo, già ora rileggendo Un timido amore non posso che sperare per loro tutto il bene possibile, come potrebbe fare una mamma che si appresta a lasciare ” liberi ” i propri figli di andare altrove. Già ora non posso che sperare di ritrovarli per strada e ricevere in dono un saluto affettuoso e un abbraccio sincero, come mi è capitato qualche giorno fa con un giovane uomo adesso,  piccolo undicenne allora, ma stessa faccia e stesso affetto, ‘ssore’, mi ha detto, lei è sempre uguale! Se per uguale intendeva quella che sono, sì, sono sempre uguale. Sono sempre quella che pensa che gli alunni, in fondo, non sono che piccoli uomini e piccole donne che ti insegnano a vivere a misura di piccoli uomini e piccole donne,   ogni giorno, in cicli che si ripetono uguali nel tempo, ma mai uguali a se stessi. Ché il tempo e la storia la fanno loro, noi non siamo che fatti accessori.

É finita?

20140606_113718Crocicchio davanti alle graduatorie di istituto. Serpeggia un certo nervosismo, tra gli ultimi in graduatoria. Si perde una classe poiché all’Ufficio Scolastico Regionale sono tutti ragionieri. Non è da tutti capire che gli iscritti per la prossima prima di spagnolo sono solo diciannove, i ragionieri vorrebbero a domicilio coatto tanti spagnoli in modo da ” riempire ” con il numero massimo consentito la classe spagnolesca, olè. E i ragionieri non sono certo preoccupati se in una classe ci sarà un disabile grave, e in un’altra ancora ce ne saranno due, più svariati DSA e borderline certificati. Ma tanto saranno solo preoccupazioni dei primi in graduatoria e l’anno scolastico per il momento è a fine stagione. Così riflettiamo su chi va via e chi resta. Matematica guarda il suo orticello e fa mente locale sugli ultimi due nomi: Ah… – pausa estremamente riflessiva – va via S. Ci guardiamo per qualche secondo, nessuno commenta. Poi sbotta, finalmente: Meno male, S. va via! Quello che abbiamo pensato in diversi diviene manifesto. Matematica aggiunge: Quella mette le note! Eh, va be’ tutti mettiamo le note ai ragazzi, chi più e chi meno… ribatte il collega. No, quella mette le note ai colleghi e con la penna rossa! Nooo, davvero? Esterrefatti la guardiamo. S. mette le note disciplinari ai colleghi che arrivano in ritardo ai cambi dell’ora. Aiuto!!! Meno male non ho avuto questa pazza come collega ” costretta ” e neppure il prossimo anno visto che, ringraziando i ragionieri del provveditorato, va via. Tornata in classe trovo la più totale smobilitazione. La mia Mate boccheggia sulla sedia: Come mai non lavorano? – detto da me con tono estremamente ironico, visto che lei mi ha scocciato per tutto l’anno scolastico con il sacro furore degli esercizi ad oltranza. E vabbe’ siamo alla fine dell’anno, rimanda a fatica la boccheggiante. Siamo alla fine dell’anno davvero, dei tre anni con questi pulzelli, nella bella e nella cattiva sorte. Ma loro, beati, sembrano non avvedersi di quello che, forse, gli capiterà di rimpiangere e sono tutti proiettati nel loro prossimo futuro, ansiosi di fare nuove esperienze, ansiosi di futuro che non siamo noi. Nessuno dice: Prof mi dispiace lasciare i miei compagni, mi dispiace andar via da questa scuola… considerazioni che sembrano appartenere ad un mondo scomparso. Forse lo pensano, spero che sia un loro pensiero, ma nella foga di questa manciata di ultimi giorni di scuola e dell’ultimo impiccio, i primi esami della loro vita, sono svagati, ridenti come iene, maleodoranti come cesti di cipolle. Che buon pro gli faccia, a tutti, a qualcuno in modo particolare. Abbiamo cercato di tirare sangue da rape già secche in partenza, in alcuni casi, non ci possiamo rimproverare nulla. E’ venuta anche V. a salutare, conscia di una nuova bocciatura; dopo tutto ha passato più giorni a casa invece che con i suoi compagni. Mi è venuto in mente, vedendola sorridere trionfante per aver mollato la scuola e dopo aver mancato per un nulla la possibilità di prendere un diploma – un pezzo di carta è vero, ma sempre qualcosa che potrebbe servirle nella vita – ho pensato che se avessimo la folle idea di ammetterla agli esami, che disgrazia sarebbe per lei, già proiettata da tempo, come gli altri, in un futuro che ci disconosce. É fisicamente una adulta, ormai, va per i sedici. Ha un fidanzato che la scorta come una condannata a vita, condannata ad una vita da oscura casalinga, senza remissione, amen. Peccato per lei, avrebbe potuto ritrovare ancora un po’ di svagatezza in un’altra scuola, con altri compagni, durare in un interregno di poche responsabilità come per la maggior parte. Fanno tenerezza a guardarli accaldati, firmare le braccia di M. e scrivergli frasi buffe e affettuose. Fa tenerezza M. con tutto il daffare che mi ha dato in questi anni, avvicinarsi e chiedermi di firmare anch’io il suo braccio, divertito dal mio ” Scemo scemo “. E in ultimo è D. ad essere vistosamente bersagliata, D. la mite pinguina, che non si arrabbia per l’attribuzione di questo nomignolo curioso. Vanno alla lavagna a scriverle una dedica lunghissima, la dimostrazione che almeno Gregor Mendel è rimasto nelle loro stralunate testoline.

Col cuore in mano

Sono sciocchezze quando ti dici che non vedi l’ora che finisca. Lo fai quando sei particolarmente demoralizzata, quando il ragazzo, la sua testa, i suoi rituali, ti sembrano un bosco dove più ti inoltri e più la vegetazione si inasprisce e diventa intricata. Poi arrivi alla fine dell’anno, dei tre anni trascorsi insieme, con gli esami, le tensioni, il caldo, il ragazzo particolarmente teso, io stessa particolarmente tesa e stanca. Infine seduti insieme, per l’ultima volta, a mostrare l’ultima cosa fatta per la gioia di sentirlo parlare ed esporre e raccontare, agli altri prof, a me, ai compagni. Seduti insieme vicini, con le mani a cercare le mie – ” Aiutami, dammi coraggio! ” dicono quelle mani – la voce da ragazzo cresciuto, emozionata. E poco c’è mancato perchè le lacrime che mi hanno riempito l’animo e gli occhi, scendessero a mostrare tutta l’orgogliosa commozione di una prof di sostegno, di una persona che ha imparato tanto, in tre anni, invece che il contrario. E’ così, è finita. Ma infinito rimane il bene, l’amore grande per il ragazzo, l’interesse per la sua storia, per una storia che ho attraversato per tre anni in sua compagnia. Col cuore in mano. 

Non ne Invalsi la pena

In questi ultimi anni il Ministero della P.I. ci ha ” invitati ” a somministrare a quelle povere anime dei nostri alunni le prove Invalsi. Intanto è bene chiarire cos’è questo benedetto acronimo Invalsi. Il sito recita “ Istituto Nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione “. Roba pesante, mica bruscolini! Tra tutte le iniziative dell’Invalsi – che potete leggere, il sito è accessibile a tutti – ce n’è una che dice: 

– predispone annualmente i testi della nuova prova scritta, a carattere nazionale, volta a verificare i livelli generali e specifici di apprendimento conseguiti dagli studenti nell’esame di Stato al terzo anno della scuola secondaria di primo grado;

E qui cascano gli asini. Perchè le prove somministrate negli ultimi anni sono state a dir poco farraginose – provate per credere!  Come se non bastasse le correzioni sono state a cura di ogni singola scuola – leggi a cura dei docenti di ogni singola scuola, che hanno dovuto, abbiamo dovuto, spulciare i dati e inserirli in una piattaforma predisposta. Tutto senza alcuna ricompensa pecuniaria – e si è trattato di straordinario! L’Istituto lavora per conto del Ministero, arricchendosi ritengo, con la manodopera a nero e non retribuita! I ragazzi disabili, nelle indicazioni dello stesso Istituto, sono invitati a togliere il disturbo dalla classe dove i test sono somministrati e fare mondo a sè. Naturalmente non sono in grado di sostenere quelle prove, ma siamo noi docenti di sostegno a preparare test idonei, perchè non si sentano meno degli altri. Per queste prove fuori dal coro non c’è valutazione. In alcune scuole primarie – oggi era prevista la prova per i più piccoli – i genitori non hanno mandato a scuola i propri figli per protestare contro questo sistema di valutazione, così come tantissimi docenti delle superiori si sono rifiutati di somministrare i test ai loro ragazzi. Giustamente una collega della scuola elementare ha sottolineato come la preparazione alle prove, porta via del tempo prezioso al normale svolgimento delle lezioni. C’è già un mercato floridissimo di testi approntati dalle case editrici per aiutare gli studenti ad affrontare i test con meno ansia, a scapito della preparazione in vista degli esami di Licenza Media. Tutto questo serve per la valutazione degli apprendimenti  degli studenti. Dicono. Però io sono maliziosa e penso che l’ambaradan camuffi una sorta di valutazione delle capacità di insegnamento dei docenti in tutta Italia. Ad un alunno poco presente a se stesso, dovrebbe corrispondere, probabilmente, un altrettanto docente fallace. Una equazione semplice semplice, che ha il difetto di non corrispondere al vero. Se hanno necessità di fare verifiche che le facciano, una volta per tutte. Non è un esame o una prova che ci sgomenta. Infastidisce qualcosa che serve a mantenere in vita un ” monumento ” alle percentuali, ai numeri, ai grafici. Ma la scuola vera non è quella dei quiz dell’Invalsi.