Vedi cara

felice casoratiTi osservavo da lontano mentre parlavi con la tua giovane amica. Il tuo dire, articolato nei gesti e da sorrisi rapidi che ti illuminano il volto, mi sono sembrati quelli di una persona animata dalle migliori intenzioni in un inizio di mattina di metà autunno. É stato quando sei passata vicina, sfiorandomi, che ho notato la supponenza della tua bellezza nel gesto sfrontato dell’allontanare un ciuffo di capelli che ti era caduto sugli occhi, cercando, con quel gesto, un consenso al momento non disponibile. In quello mi è sembrato di trovare la chiave delle tue scelte future. Ho pensato a come saresti stata da “ grande “ ho pensato per un momento a come potresti sopravvivere ad un futuro ordinario, fatto di quelle cose che tutti facciamo. Ci si adatta alla mancanza di attenzioni, alla mancanza di bellezza, alla mancanza di gioventù? Ho captato le tue parole, erano un vaniloquio che comprendeva un lui abbagliato, probabilmente, dall’avvenenza d’oggi. Vedi, cara, quando la bellezza sfiorisce con la supponenza, ci si supporta e si sopporta con la testa e soprattutto con quello che la testa contiene. Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già. 

Pubblicità regresso

Dsquared2_FW14_Womenswear_Campaign_4La fotografia colpisce come un pugno nello stomaco e lascia disorientati. Su una sedia a rotelle, in una improbabile stanza d’ospedale o clinica di lusso, è seduta una donna che, a prima vista, diresti più manichino che umana. Lo sguardo è perso nel vuoto, in un lontanissimo ricordo. La sua bellezza è violentemente castrata da una grottesca pettinatura cotonata e da un abbigliamento discinto, volgare e costoso. Il lusso da mantenuta traspare dai particolari, borsa e scarpe in coccodrillo, pesanti bracciali in oro ai polsi, collare da mercato delle schiave. Alle sue spalle si intravede un uomo – infermiere? – pronto a spostarla, dopo aver composto un manichino di lusso. Cosa vuole dimostrare la foto? Una donna finalmente zittita e inebetita, resa inoffensiva dai farmaci? Una pseudo disabile, ricca e scostumata? Qualsiasi cosa voglia comunicare, l’immagine è una offesa evidente: la sedia, sulla quale la donna siede abbandonata, è il mezzo con il quale vengono trasportate le persone nei luoghi di cura – chiunque e in qualsiasi luogo – è vero, ma è anche il simbolo materiale sul quale sono crocifisse migliaia di persone al mondo, nate disabili o diventate tali. È una offesa quella sedia usata in modo improprio in una pubblicità volgare, per coloro che una sedia a rotelle sono obbligati ad usarla. È una offesa per le donne ritenute fenomeni da baraccone psichiatrico, bambole gonfiabili da farmaci, inutili involucri da seppellire dopo l’uso. Così viene commentata la “ geniale “ campagna pubblicitaria della DSquared2:

Disorientata e fragile, la protagonista è ambasciatrice di una femminilità drammatica accentuata dai tagli anni ’60 della collezione e dagli accessori, presi in prestito da un ospedale e passati attraverso un restyling completo. Così i sandali ‘correttivi’ o le collane-collare amplificano l’atmosfera dell’ospedale dello stile firmato DSquared2.

Inutile dirvi che non acquisterò mai una cosa qualsiasi “ targata “ DSquared2.