Le fattezze nascoste

bob dylanAlcune sera fa, in vena di amarcord, ho rivisto il film di Martin Scorsese ” No direction home ” documentario dedicato al monumentale Bob Dylan. Al di là del piacere di vedere e sentire canzoni, luoghi, affermazioni, ricordi, interviste – in una sorta di regressione allo stato adolescenziale provi il desiderio quasi morboso, che già hai provato un tempo, di voler sapere tutto, ma proprio tutto del soggetto della tua attenzione e presti attenzione e ricordi e commenti, siamo in due, in famiglia, ad apprezzare non sai quanto! Tra memorabilia, spezzoni di vecchi concerti e interviste a chi lo ha vissuto, c’erano le parole pronunciate da uno strano signore rugoso, con i capelli un po’ più radi e bruciati da colorazioni sbagliate – si intravedevano, forse, i riccioli angelici di un tempo… forse, chissà – c’era questo signore vestito di nero e parlava di se stesso e, stranamente, la persona coincideva con il nome che non ti aspettavi che lui avesse. Era Dylan, è Dylan. Invecchiato come tutti, con poca grazia, e non come tutti. E al di là della sfasatura di vedere uno e di pensarne un altro si intravedeva nel bagliore di quegli occhi “bluer than robin’s eggs “* il ragazzo di un tempo, come una sinopia sfuocata da tanta vita, dalle mille esperienze. Con se stessi è difficile notare la sfasatura tra l’apparire e l’essere – dentro, oh dentro, ci sentiamo tutti fanciulli, quelli di un tempo, visione che distorce spesso la realtà che è ben diversa perché siamo altri, inguardabilmente altri. E la sua sfasatura è diventato il metro di misura e di giudizio tra noi, in quel momento. Ma lo vedi come è cambiato? Non è più lui. Anche tu non sei più tu. Allo specchio, tirando indietro la pelle, ho avuto l’illusione di vedere la ragazza che ancora mi abita… forse, chissà.

*”bluer than robin’s eggs ” è una citazione tratta dalla canzone di Joan Baez, ” Diamond and rust “, “As I remember your eyes/Were bluer than robin’s eggs ” ( Come ricordo i tuoi occhi/Erano più azzurri delle uova del pettirosso )

Freda, t’aggio voluto bene

20140528_201708Un po’ la si invidia, non c’è che dire. Una ragazza vissuta undici anni della sua meglio gioventù gomito a gomito con i Fab Four, tanto indifferente non lascia. É giusto la prima considerazione, di pancia, appena ti appresti a vedere il docufilm ” Freda, la segretaria dei Beatles ” come è capito ieri sera. Poi man mano che vai avanti a sentir raccontare piccole storie ordinarie, a sentir parlare di ragazzi, miti inarrivabili per tutti, eccetto che per lei l’allora tranquilla diciassettenne di Liverpool, allora capisci che stai ascoltando una persona di una purezza senza uguali e ascolti un’altra storia che non è quella raccontata su mille giornali e libri e film, ma è una storia di ragazzi nati e cresciuti in una città di provincia che si ritrovano ad un tratto al posto giusto e nel momento giusto, quasi loro malgrado. Così Freda Kelly, la segretaria del fan club dei Beatles e di Brian Epstein, racconta come il caso abbia giocato a suo favore un giorno qualsiasi della sua vita di minorenne, facendola capitare in un postaccio dove, su un improvvisato palcoscenico di legno, suonavano quattro ragazzi, vestiti di cuoio nero il più delle volte, ragazzi che lei conosceva molto bene perché suoi vicini di casa. Così delle duecento e passa volte che i Beatles suonarono al Cavern di Liverpool lei ebbe modo di esserci per centonovanta volte. E quasi per caso Brian Epstein le offrì di istituire quel fan club che poi diventò la pietra miliare beatle per tutti gli adolescenti di tutto il mondo, adolescente anche lei, fan a sua volta. Terminata la sua esperienza e terminati i Beatles come gruppo, Freda Kelly iniziò una vita fatta di assoluta normalità che dura tutt’ora. Non ha mai raccontato quello che realmente ha vissuto con i suoi amici, non ha mai lucrato sui retroscena che pur aveva vissuto. Una persona bella e unica, amata dai suoi quattro mitici amici. ( Freda, ti vogliamo bene anche noi, perché in quel lontanissimo giorno in cui hai spedito una lettera dal fan club a due adolescenti pugliesi, mio marito e sua sorella, da fan a fan, hai avuto grande rispetto nei loro confronti inviando una foto originale con autografi originali, rifiutandoti, come hai detto nel docufilm, di utilizzare i timbri degli autografi che Epstein aveva fatto preparare per sveltire la procedura…Grazie, segretaria dei Beatles! ❤ )

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Beppino Englaro e la controra

Ieri sera, nell’inevitabile rimescolamento tra persone che si verifica dopo una presentazione e un dialogo vero e proprio – è iniziata ufficialmente ieri l’undicesima edizione de ” I dialoghi di Trani ” – e poco prima che Umberto Galimberti e Pietro del Soldà iniziassero la loro bella conversazione sui cambiamenti dell’uomo nell’età della tecnica, sull’amore, sulla conoscenza, sulla cultura e tanto altro ( La capacità di esprimersi con le parole di quelli che delle parole fanno il senso della loro vita e il supporto fattivo, ha dell’incredibile. Il fascino che subisco quando sento parlare un grande oratore, un poeta, uno scrittore, un filosofo ha sicuramente a che fare con un retaggio ancestrale. Il paragone immediato che mi viene in mente è quello del pifferaio magico. Loro sono i pifferai e io una misera topolina attratta dal suono e dal senso melodioso delle parole dette. ) Dunque, dicevo, poco prima che iniziassero i due, mi sono sentita dire: E’ libero questo posto? Era Beppino Englaro che, attratto come me e gli altri, dall’occasione ghiotta di sentire Galimberti s’è accomodato in prima fila, in modo da oltre che sentire, vedere. L’ho salutato come si fa con una persona conosciuta – una conoscenza univoca, ma per buona educazione si saluta! Poi parlando del suo dialogo di oggi, ” Decisioni di fine vita ” con Francesco D’Agostino e Cinzia Sciuto,  gli ho chiesto conferma dell’orario – le 15! Lui mi dice che a quell’ora sarà proiettato un documentario – ” 7 giorni ” di Giovanni Chironi e Ketty Riga – e solo in seguito ci sarà il dialogo. Lo guardo e scherzando gli dico: Ma non avete pensato alla controra? Visibilmente stranito mi chiede con lo sguardo spiegazioni. Gli dico  che la controra è un’abitudine atavica del nostro Sud; alla controra – quelle ore di caldo postprandiali, che si allungano fino agli accettabili tempi del tardo pomeriggio – si riposa; non si esce per il caldo, non si lavora per il caldo, e figuriamoci se si va a vedere un documentario, sempre per il caldo! 😀 Lo vedo preoccupato, ma aggiungo che la cultura della controra ce la siamo buttata alle spalle, come tante altre ” sane ” abitudini 😀 e dunque non doveva temere per la riuscita del dialogo di oggi. Gli ho dato due indicazioni filmografiche che indicano con esattezza ” l’etica ” della controra – I basilischi di Lina Wertmuller e Sedotta e abbandonata di Pietro Germi. Mi è sembrato rassicurato. Controra o non andrò a vedere e sentire oggi quello che Beppino Englaro ha da raccontarci. Per un padre così si rinuncia al riposo, ben volentieri.