Madre Russia

madrerussiaHo ricevuto, ieri, una telefonata da mia cugina. Ciao, come stai? Il racconto dei suoi ultimi problemi di salute, il passaggio successivo, la ” salute ” della famiglia. Mia cugina ha un figlio disabile ormai adulto. Quasi superfluo dire che la cura di suo figlio, che la impegna quotidianamente, aggiunge angoscia presente al dolore passato, mai realmente passato, anzi. Mi esprimeva un pensiero, quello che ogni genitore con un figlio disabile esprime nel suo cuore e a tutti coloro che hanno cura di ascoltare, Mio figlio, quando non ci sarò più, che fine farà? – il padre/marito è scomparso anni fa e adesso è lontano un oceano da loro, l’Atlantico, e vive a New York una vita da mantenuto. Rispondere è pressoché impossibile, si ascolta. Mi aggiungeva che, quando è impegnata a scuola – anche lei insegna – una signora si prende cura di suo figlio. È una signora che viene dalla Russia, ha precisato, molto dolce e materna ed F. sta bene con lei. Poi ci siamo salutate, l’ho abbracciata virtualmente e le ho detto di prendersi cura soprattutto di se stessa, visto che il suo obbligo pressante è quello di non accelerare il tempo in cui suo figlio rimarrà da solo e per sempre. Ho pensato ad R. a lungo ieri sera, alla mia spericolata compagna di tante estati in Calabria, perché è lì che lei abita, in un piccolo paese in provincia di Cosenza. Ad un tratto mi è ritornata in mente l’informazione che mi ha dato circa la signora che si prende cura di suo figlio. È russa, mi ha detto. Una russa in Calabria? In un paese che conta, a far bene, cinquemila anime? Come c’è arrivata lì? Ci si aspetta di trovare badanti russe, rumene, albanesi e di ogni altra possibile etnia nelle città, nei centri più piccoli, ma non così piccoli. Era quello che credevo fino a ieri. Mi è venuta voglia di conoscere la storia della signora, capitata dalla madre Russia in Calabria. Che vie ha percorso, qual è la sua storia? Rifletto sulla condizione di queste donne, lontane da casa, dagli affetti, da quello che conoscono per badare con dolcezza e senso materno ad anziani e disabili, rifletto sulla condizione di mia cugina, madre sola di un figlio disabile, e mi sento piccola e ” inutile “.

Pubblicità regresso

Dsquared2_FW14_Womenswear_Campaign_4La fotografia colpisce come un pugno nello stomaco e lascia disorientati. Su una sedia a rotelle, in una improbabile stanza d’ospedale o clinica di lusso, è seduta una donna che, a prima vista, diresti più manichino che umana. Lo sguardo è perso nel vuoto, in un lontanissimo ricordo. La sua bellezza è violentemente castrata da una grottesca pettinatura cotonata e da un abbigliamento discinto, volgare e costoso. Il lusso da mantenuta traspare dai particolari, borsa e scarpe in coccodrillo, pesanti bracciali in oro ai polsi, collare da mercato delle schiave. Alle sue spalle si intravede un uomo – infermiere? – pronto a spostarla, dopo aver composto un manichino di lusso. Cosa vuole dimostrare la foto? Una donna finalmente zittita e inebetita, resa inoffensiva dai farmaci? Una pseudo disabile, ricca e scostumata? Qualsiasi cosa voglia comunicare, l’immagine è una offesa evidente: la sedia, sulla quale la donna siede abbandonata, è il mezzo con il quale vengono trasportate le persone nei luoghi di cura – chiunque e in qualsiasi luogo – è vero, ma è anche il simbolo materiale sul quale sono crocifisse migliaia di persone al mondo, nate disabili o diventate tali. È una offesa quella sedia usata in modo improprio in una pubblicità volgare, per coloro che una sedia a rotelle sono obbligati ad usarla. È una offesa per le donne ritenute fenomeni da baraccone psichiatrico, bambole gonfiabili da farmaci, inutili involucri da seppellire dopo l’uso. Così viene commentata la “ geniale “ campagna pubblicitaria della DSquared2:

Disorientata e fragile, la protagonista è ambasciatrice di una femminilità drammatica accentuata dai tagli anni ’60 della collezione e dagli accessori, presi in prestito da un ospedale e passati attraverso un restyling completo. Così i sandali ‘correttivi’ o le collane-collare amplificano l’atmosfera dell’ospedale dello stile firmato DSquared2.

Inutile dirvi che non acquisterò mai una cosa qualsiasi “ targata “ DSquared2.

Tanto peggio tanto meglio? aggiornamento

scuola-di-eriFabio Lorenzini, autore dell’illuminante  settimo punto sulla riforma della scuola secondo il M5s, ha voluto commentare il mio precedente post dallo stesso titolo. Per ” comodità ” di accesso riscrivo qui il suo commento e la mia risposta.

Dice il Lorenzini: ” Io certo volte rimango sbigottito dall’ignoranza di chi legge. Il forum del M5S è un contenitore dove i cittadini propongono delle proposte che poi vengono commentate e votate dagli stessi iscritti. Di fatto tutte le proposte scritte soprattutto quelle nazionali non verrano prese in considerazione, perchè il forum è stato creato per le proposte locali, cioè dei comuni. Comunque la frase che ha indignato parecchie persone “la scuola produce più disabili che ricercatori” è stata scritta come indignazione del fatto che il 4% della popoalzione scolastica è stata valutata come disabile, visto che non c’era una legge e anche perchè bisognava giustificare le tante assunzioni come docenti di sostegno di bambini con medie difficoltà, cioè i DSA. Questi bambini non sono disabili anzi potrebbero essere molto creativi se la scuola fosse veramente una scuola, invece vengono emarginati e il risultato di questo trattamento si evince alle superiori che approdono senza competenze e parecchi se non hanno una buona famiglia lasciano al primo anno. Quindi tutta questa polemica creata su una proposta è tempo perso, penso che una domanda che ci dobbiamo fare come recuperare tutti questi ragazzi etichettati come disabili. SVEGLIATEVI

Avrei voluto replicare ho notato con sgomento che il mio commento è stato soppresso dal moderatore. La differenza il Mov lo fa su questo non censura nessuno. Comunque vi capisco parlare da soli aiuta. Un saluto Fabio Lorenzini “

Il mio commento:  ” Mi dispiace caro Lorenzini che tu abbia trovato un ” intoppo ” nella moderazione, ma di norma in questo blog non si censura nessuno. Il ” sistema ” molto semplicemente non ti ha riconosciuto poiché è la prima volta che visiti e commenti queste pagine. Detto questo, se tu avessi avuto meno premura di commentare e andartene nel tuo forum, avresti capito che sono realmente indignata della facilità con cui hai scritto terribili falsità sui disabili, sui d.s.a. e sugli insegnanti di sostegno. Evidentemente sei malissimo informato e da insegnante di sostegno da più di venticinque anni mi viene d’obbligo chiarire alcuni punti che ritengo fondamentali. La legge 104 che viene applicata in Italia per tutelare le persone con disabilità, ha criteri realmente severi e posso garantirti che è veramente così – specie se si tratta di minori e del loro inserimento scolastico. Nessuna commissione ammette al sostegno persone che non ne abbiano, purtroppo, la necessità. Il mio alunno attuale è una persona con sindrome di Down e dall’età mentale di otto anni – in realtà ne ha tredici. Se non avesse ” intorno ” oltre che i docenti curricolari, una insegnante di sostegno che media il suo rapporto con gli altri ragazzi, che lo ” aiuta ” nelle spiegazioni, che lo accompagna nelle scelte scolastiche, e permettimi l’immodestia, con la professionalità, la competenza e tutto l’amore di cui è capace, avresti un ragazzo emarginato e privo di interesse verso la scuola. Negli anni precedenti ho avuto l’onore di insegnare ad un ragazzo autistico e non credo proprio non avesse bisogno del mio e del nostro sostegno. Non mi dilungo chè in venticinque anni di ragazzi ce ne sono stati. La scuola NON produce disabili, fa in modo di integrarli in un micro sistema sociale come premessa per quello che sarà un sistema più allargato. La scuola NON CERTIFICA disabili e tantomeno persone con disturbi specifici dell’apprendimento. Sono gli psicologi presso i quali i genitori portano i loro figli con evidenti difficoltà scolastiche a certificarli. E per la cronaca i d.s.a. non sono considerati disabili – e quindi non fruiscono del sostegno – secondo la legge 210 dell’8/10/2010. Cito dalla premessa ” Per la peculiarità dei Disturbi Specifici di Apprendimento, la Legge apre, in via generale, un ulteriore canale di tutela del diritto allo studio, rivolto specificamente agli alunni con DSA, diverso da quello previsto dalla legge 104/1992. Infatti, il tipo di intervento per l’esercizio del diritto allo studio previsto dalla Legge si focalizza sulla didattica individualizzata e personalizzata, sugli strumenti compensativi, sulle misure dispensative e su adeguate forme di verifica e valutazione” la normativa prevede il coinvolgimento dei consigli di classe nella loro globalità e non gli insegnanti di sostegno. Come vedi la legge, le leggi, ci sono eccome e nessuno viene assunto in maniera arbitraria come sostieni tu, senza che tu abbia una corretta informazione a proposito. Anzi, se questo può servire a chiarirti le idee, quando i provveditorati a settembre, stabiliscono il monte ore necessario per il sostegno, tendono sempre al ” ribasso “. Per questa ragione ogni anno facciamo la guerra dei poveri, si tolgono le ore ai ragazzi più gravi per dare la possibilità a quelli lievi di fruire di una manciata di ore alla settimana – quattro ore e mezza, una enormità sicuramente, per i tuoi interlocutori. Ti posso garantire che nessun ragazzo viene emarginato nella mia scuola, anche quelli più refrattari alla studio trovano la loro ragione di essere e siamo una scuola di ” frontiera”. Quello che si evince alle scuole superiori è frutto dello scollamento che cattive riforme scolastiche hanno creato tra un ordine di scuola e l’altro. Per tutto quello che ci piove addosso ogni anno, siamo ancora capaci di una buona resistenza. E per cortesia, non preoccupatevi di recuperare disabili, nessuno etichetta nessuno impropriamente. Mi dispiace dirlo, ma INFORMATEVI meglio la prossima volta.

ULTERIORE AGGIORNAMENTO – del 7 c.m. : dice ancora Lorenzini:

Sono convinto della sua buona fede e di tanti docenti che vivono sulla loro pelle le disabilità gravi. In un articolo attinente ai dati del MIUR, sull’andamento scolastico dell’anno 2011, del quotidiano Corriere della Sera, Lorenzo Salvia scriveva così di questo problema: “Il numero dei disabili è in costante aumento quest’anno sono arrivati quasi a 200 mila, un vero e proprio boom se si pensa che 10 anni fa erano quasi la metà”. Che cosa è successo? La legge 170 sicuramente ha messo un freno alle certificazioni e dato delle nuove regole. Però da un commento di un docente di sostegno emerge qualcosa che ci ha lasciato senza parole. Lo riporto per intero con il copia-incolla: Geru2012 Riccardo • un mese fa

Scusami, ma purtroppo io so molto bene ciò di cui parlo, e ti consiglio di rileggere il mio intervento per capirlo meglio. Infatti noterai che non è questo il problema.. ti aggiorno che durante il suddetto governo è vero che hanno fatto dei tagli ma è anche vero che (informati !) hanno aumentato il numero di assunti in sostegno aumentato…che vuol dire 60 persone alle medie e zero nelle altre classi di concorso obbligando e lo sottolineo chi aveva preso il titolo di sostegno, anche solo per capirci di più e per poter aiutare in classe questi ragazzi la cui integrazione è lì che si gioca e non fuori emarginandoli ,ad accettare il sostegno mentre negli anni precedenti si poteva scegliere!!!! Non so se tu sei informato
ed in quale campo lavori io so bene quello che dico ….è la realtà che vivo tutti i giorni e che ho visto in molte scuole. Intanto l’alunno grave non ha subito tagli perchè le 20 ore ed anche più le ha sempre figurati se lasciano da solo uno grave il preside in questo ha autonomia e può formare la cattedra di sostegno come vuole e può mettere su un alunno anche più di un insegnante di sostegno come spesso succede.. non ho mai visto un grave negli ultimi anni non coperto almento per i tre quarti delle ore…. Mentre non era nemmeno giusto quello che succedeva prima e cioè che un ragazzo con medie difficoltà avesse un insegnante per tante ore perchè ti ripeto non è tanto la copertura ma che questi vengano integrati in classe perchè a scuola non ha senso fare le lezioni private perchè l’apprendimento avviene in gruppo con gli altri..
Poi devi anche sapere che dietro questa storia del sostegno ovvero delle certificazioni ai ragazzi sono certa che c’è del marcio che in futuro verrà fuori infatti non si spiega perchè in alcune regioni ci sia una sì grande facilità a certificare, allora l’iter è lungo e non è questa la sede per spiegartelo parte dalla scuola, passa per la famiglia (che spesso cede stremata dalla scuola) ed approda ai servizi di neuropsicologia che ti trovano sempre qualcosa… La questione è molto dibattuta anche all’interno tra specialisti stessi io vado a vari congressi e ricordo una volta una famosa neuropsichiatra italiana (una che scrive una marea di libri) incolpava gli insegnanti di trovare tutti alunni con difficoltà però certo chi certifica alla fine sono loro.
Non è un argomento semplice e non c’è una risposta univoca fatto stà che la cosa innesca una serie di situazioni come l’esigenza dell’insegnante di sostegno poi dietro si nasconde anche la carenza socio-familiare insomma servirebbe più un assistente sociale in tanti casi perchè sono ragazzi trascurati fino alla follia ma anche lì i servizi sociali sono carenti di personale e fanno quello che possono poi c’è la legge le lungaggini dell’italia , la chiesa, il volemose bene il fatto che tante situazioni sul territorio vengono un pò ignorate perchè l’insegnante è del luogo la paura della controdenuncia insomma siamo italiani e così invece di prevenire preferiamo curare anche dove non servirebbe….
Sono minori è un campo complesso ma ti assicuro che ci sono molte contraddizioni da un lato si cerca di aiutare, tutelare con la legge 104 con il sostegno e dall’altro spesso si scarica tutto sull’insegnante di sostegno ed allora viene meno il senso di assumere una persona così ci vogliono le P…e ed a volte non bastano neppure perchè tu non puoi imporre agli altri di lavorare o di collaborare sei un loro pari anzi se li osteggi si ritorcono sul ragazzo al quale comunque tu ti affezioni e loro no… poi dipende dalla persona come in tutte le situazioni.
Per i sindacati non rimangio quello che ho detto un conto è la teoria ed un conto è la pratica e ti assicuro che in alcune regioni sono avvenute cose gravi sotto i loro occhi e con il loro consenso ma forse io e te la vediamo diversamente io ad esempio ritengo grave che uno mi venga ad imporre con la prepotenza quello che io devo fare nella mia vita ricattandomi con il fatto che devo lavorare forse per te non è grave per me si .. ti saluto

Il Lorenzini è’ convinto della mia buona fede?!? Ma è sicuro di aver capito che sono una insegnante di sostegno? E il suo istruito e frequentatore di convegni è sicuro di essere un insegnante e non un analfabeta? Il commento è un insieme di luoghi comuni, di profonda ignoranza e di approssimazione. Se tutti gli insegnanti di sostegno fossero come lui altro che i 200 mila sbandierati da Lorenzo Salvia! Poveri ragazzi disabili, povera scuola! 

Inclusività

task forceMi accingo a scrivere un verbale dell’ultimo consiglio di classe come se, invece di riportare ” verba “, dovessi andare al patibolo. E’ noioso ripetere quelle che sono parole onnipresenti nei punti all’o.d.g. e che vengono, in seguito, ripetute senza soluzione di continuità. Ad un ” Andamento didattico disciplinare e analisi globale del processo formativo della classe ” corrispondono quasi sempre una serie di bla bla bla in variazione sul tema  alunni indisciplinati e/o demotivati. Mi lamento come sempre, è vero, ma è anche la scuola che sembra attraversare una fase di lamento di base – come si diceva una volta – uno stato che non porta niente di buono. Come se non bastasse adesso siamo alle prese con qualcosa di genericamente originale e davvero poco entusiasmante. Da qualche parte ai piani nobili della Pubblica Istruzione sono arrivate le belle parole, quelle che rimandano a sperimentazioni alte per applicazioni basse. Una circolare del ministro del 27 dicembre 2012 parla di ” Strumenti di intervento per alunni con B.E.S. e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica “. Vale la pena spiegare che all’acronimo B.E.S. non corrisponde ad una brutta malattia, ma semplicemente alla quadratura del cerchio. I Bisogni Educativi Speciali sembrano appartenere non solo ai ragazzi diversamente abili – per carità, non vanno chiamati più così, ma persone con Bes, pena l’esilio – ma si accompagnano ad ogni possibile difficoltà in campo scolastico.Pertanto finiscono nel calderone dei Bes i dislessici – D.S.A. anche qui un ” illuminante ” acronimo –  e gli svantaggiati socioeconomici linguistici e culturali. Di questa bella gente che cosa ne facciamo, di grazia, secondo il ministro? – come se finora tutto abbiamo fatto fuorché considerarli! Si forma una task force di illuminati – ecchè solo il Presidente della Repubblica italiana può convocare i dieci saggi? – e si prepara un piano annuale per l’inclusività – brutta parola che anche il computer tenta di correggere e adesso mi segnala come errore – senza però perdere di vista le risorse umane e non presenti sul territorio, le risorse umane e non all’interno della scuola, quelli che sono e che saranno gli interventi educativi, passando per un focus/ confronto sui casi cercando di non dimenticare la rilevazione e il monitoraggio e valutazione del livello di inclusività della scuola e coordinando le proposte formulate dai singoli GLH operativi – gruppo di lavoro handicap. Vi sembra poco? Tutto da compilare – perché come sempre si tratta di ” riempire ” carte – entro la fine di giugno. Per rallegrare me stessa leggo a firma di Dario Ianes, docente universitario autore di molti libri sui Bes, che i tre temi centrali da considerare necessariamente per arrivare a concepire una didattica inclusiva sono: il tema del funzionamento umano differente, il tema dell’equità e quello dell’efficacia tecnica e della piena partecipazione sociale. Mi viene facile domandare: come applicare una pedagogia alta/altra  a programmazioni estese e affollate? Vado a scrivere il verbale che non mi include, è meglio.

Termini perentori

Ho sempre un certo timore quando mi si avvicina la signora S. applicata di segreteria, con un qualsiasi foglio di carta in mano. Vuol dire, il suo gesto, solo rogne esclusive con un’unica destinataria, me! 😦 Stamattina l’ennesimo termine perentorio da parte dei soliti del Provveditorato – si chiamerebbe Ufficio Scolastico Regionale, ma tant’è! – con la richiesta dell’invio dell’elenco degli alunni disabili – se con modifiche – nel giro di due giorni! 👿 Le modifiche naturalmente c’erano – manco a dirlo – con l’aggiunta di una incertezza burocratica. Telefono al grande capo R. a Bari – un esserino odiosisssimo che dargli dell’acido è fargli un complimento! Esordio: Buongiorno dott. R. – è un collega imboscato colà, ma dargli del dott. lo fa sbavare! 😀 – sono Tizia e Caia della scuola Bla bla bla, ho un problema… E il limoncello: Uno solo? Ahahah! 👿 Che dire? Avrei voluto profferire, davvero: Ridi su ‘sto termine perentorio! 😀 per poi chiudergli volentieri il telefono in faccia, poichè non potevo suonarglielo sulla testa. Ma sono stata brava e paziente, ho aspettato che finisse di ridacchiare, ho aspettato che facesse il suo solito show a base di aria fritta e ho concluso il passaggio che rimaneva incerto, inviandogli le carte perentorie. Ma sto ad aspettarlo – e io so aspettare! 😀 – al varco: non è che i burocrati possono fare della scrivania di un ufficio la loro cattedra perenne! Dovranno pur scendere dal piedistallo, snidati dal taglio degli statali, e ritornare dietro una semplice cattedra di scuola! E allora, solo allora, vendetta atroce e perentoria vendetta! 😀 😀

 

Il sesso degli angeli – reloaded

Della complessità della preadolescenza te ne rendi conto solo quando la vivi giorno per giorno, non perchè sei una brufolosa fanciulla di pochi anni, bensì perchè ti ritrovi a vivere tra quelli che si affacciano alla vita sociale nel momento in cui ne parli. Quello che maggiormente ” impegna ” i preadolescenti – ce la mettono tutta e non si rendono conto neppure in che marasma vanno a buttarsi, ma tant’è! – è la sessualità – non parlo d’amore perchè ritengo siano troppo acerbi per un sentimento così pieno e complesso. Allora come i pollini scoppiano i brufoli e le pulsioni, gli ormoni impazziscono e via dicendo. Naturalmente non voglio esporvi un trattatello sulla preadolescenza, ma solo considerare qualcosa a cui non pensa mai nessuno e che comunque impegna il pensiero e le azioni delle persone coinvolte: la sessualità dei preadolescenti disabili.  Il desiderio di noi genitori è quello di fermare il tempo nel momento in cui i nostri figli cominciano a sbocciare: vorremmo evitare che un qualsiasi ” bruto ” faccia di nostra figlia una donna – un giunco che manifesta appetiti sessuali degni di Messalina non è propriamente quello che ci si aspetta dall’angelo tirato su a latte e biscotti! Non vorremmo mai che il soave bambino riccioluto,  spigato come un asparago proprio ieri, abbia tra i suoi siti preferiti un elenco interminabile di posticini con signorine slave capaci di svezzare qualsiasi caprettino in men che non si dica! Immaginate cosa non vorrebbero i genitori di ragazzi disabili, già terribilmente impegnati ad affrontare altre battaglie; si ritrovano tra capo e collo la preadolescenza con tutto il codazzo di problemi testè esposti. Però tra i ragazzi ” normodotati ” e gli altri la sessualità viene percepita sì, allo stesso modo, ma si manifesta con modalità differenti. Se dalla parte dei ” normali ” trovi una ritrosia che sconfina a volte nello sgarbo – figli ciarlieri fino a poco fa, che si chiudono a riccio e pare che non abbiano altro per la testa che la comunicazione coatta su feisbuk – da parte dei preadolescenti disabili c’è una consapevolezza disinibita del sesso, privi come sono delle remore che governano il nostro vivere ” perbene “. Allora ti capita di assistere, come ieri, alla primissima volta che la tua bimba di prima ha indossato il reggiseno. E che questo sicuramente le darà noia, così che in continuazione si ” aggiusta “. E non lo fa chiedendoti di andare in bagno, ma smanetta – e non poco – mentre leggo un brano. Sicchè devo continuamente riprenderla, perchè così si distrae. E poi vuole emulare la mia scollatura e tira la maglietta in modo che possa lasciarle scoperte quella parte che per lei costituisce l’uguaglianza, l’essere come le altre. Dovrò dirle che non si fa così, almeno non si fa in pubblico. Dovrò insinuare nella sua testolina il senso del peccato, brutta faccenda. Sulla sessualità dei disabili adulti ne avevo parlato tempo fa in questo postSi tratta pur sempre di sessualità applicata agli angeli.

Quasi amici o del pragmatismo francese

La storia di Quasi amicisi ispira a fatti e persone esistenti nella vita reale e non nella testa di uno sceneggiatore politicamente scorretto. La vicenda, certamente fuori dalle righe, dice di un ricco musicista (?) parigino dei boulevard che diventa tetraplegico a seguito di un incidente – mi butto con un parapedio, mi disfo due vertebre e dico addio alla motilità del mio corpo intero, eccetto la testa, amen! Il ricco ha bisogno di un infermiere/massaggiatore/tuttofare per poter condurre una vita da vegetale e pertanto convoca nella sua ricchissima magione dei boulevard, una serie di persone qualificate  Un nero delle banlieue parigine esce dal carcere dopo sei mesi per aver commesso un piccolo furto. Il nero ha bisogno del sussidio di disoccupazione perchè non ha messo in preventivo la possibilità di trovarsi un lavoro, ma si presenta al colloquio di lavoro a casa del ricco dei boulevard perchè – così pensa il nero – sarà sicuramente scartato perchè nero, senza referenze e ladro, e lui ha bisogno solo di una semplice firma da presentare per il sussidio, poichè dà per scontato che quello – ed altri lavori – non sono per lui. Ma succede l’imponderabile: il ricco si rende conto che quel ragazzo senza mezze misure, che non racconta frottole pietistiche per ottenere il lavoro, sarà quello che non lo tratterà da disabile e lo assume. Dopo un iniziale disorientamento il nero mette in atto quel pragmatismo disincantato, fatto di battute senza peli sulla lingua, che contrappuntano di risate il film, altrimenti piuttosto amaro e che si presta a considerazioni più profonde. Scorre così la vicenda di due realtà a confronto dove la disabilità fa da trait d’union, poichè in una realtà di tutti i giorni, al di là degli impedimenti fisici, avrebbe prevalso il preconcetto – il nero ladro non si accetta mai nelle stanze dei boulevard. Ma la mente del disabile ragiona disancorata dalle presunzioni. Viene quasi da pensare che ci sarebbe da far provare la disabilità, anche per un solo giorno, agli ottusi di cuore e di mente, a quelli che si fanno scudo delle sicurezze economiche per essere supponenti con il mondo intero. Sviluppare un rapporto empatico con i diversi, anche politicamente scorretto, parte dal basso, dalla sofferenza che si prova. Solo così si può dire pane al pane e diventare quasi amici. 

Con gli occhi di un padre – Zigulì

Qualche giorno fa ho visto l’intervista che Daria Bignardi ha fatto a Massimiliano Verga, autore del libro ” Zigulì, la mia vita dolceamara con un figlio disabile “. Il racconto del padre sembrava smorzato dal probabile imbarazzo per essere lì in uno studio televisivo. Un padre reticente nell’esporre quello che invece il libro racconta in modo preciso: la vita quotidiana, lo scontro ripetuto con una realtà pazzesca e castrante, quella dell’avere un figlio pluriminorato – termine ” tecnico ” per dire di un figlio che non vede, non parla, si esprime urlando. Non ho ancora letto il libro, cosa che mi ripropongo di fare a breve, ma Igor Salomone, consulente pedagogico ne ha scritto una bella recensione che vi propongo integralmente: 

E’ una scrittura tesa e potente quella di Massimiliano Verga. Parole che sbattono in faccia scene di vita quotidiana ai limiti del tollerabile. Un album di fotografie, di istantanee crude e violente provenienti dal fronte. Guardi la prima e distogli lo sguardo dopo un istante, passando alla successiva nella speranza di una tregua. Ma  non c’è via di scampo. Una dopo l’altra tirano per il bavero il lettore, costringendolo a guardare sino all’ultima pagina. E a vedere.

Questa è la vita accanto a una persona disabile, sembra dirti dritto negli occhi l’Autore, e non ci sono cazzi. Piantiamola di prenderci in giro e di raccontarcela. Se sul fronte non ci siete mai stati, toglietevi quel mezzo sorriso di finta empatia e fatevi un giro per la piazza nella quale abitate: scoprirete che il fronte è lì, al vostro fianco, sotto i vostri piedi, davanti ai vostri occhi, mentre pensavate fosse lontano, altrove, anzi, mentre neppure sospettavate esistesse una guerra, solo per il fatto che non siete chiamati a combatterla.

Zigulì, la mia vita dolceamara con un figlio disabile, al primo impatto non sembra neppure un libro. Si presenta come quelle vecchie scatole di cartone riempite alla rinfusa di foto che all’occorrenza ripeschiamo una a una sfruculiando con le mani. Anche Zigulì si può sfruculiare pescando a caso. Lo vendessero a capitoli, li si potrebbe mettere in un vaso e poi agitarli prima dell’uso, ricombinandoli tutte le volte. Ma non è così. Il libro di Verga è uno di quelli che apri, leggi la prima pagina e poi non puoi smettere perchè col fiato corto devi vedere come va a finire. Solo che non va a finire da nessuna parte. Zigulì non è un viaggio, è una giostra che gira su se stessa e a ogni giro sai che un altro giro è andato e, per quanto te ne manchino ancora tanti quanti una vita, sai che è uno di meno.

Eppure è un libro sull’amore. Sull’amore e l’intera gamma di sentimenti che trascina con sè l’infrangersi dei sogni e il disgregarsi del futuro. Le parole di Verga distillano con una efficacia straordinaria rabbia, cinismo e infinita tenerezza. Riescono a ribaltarti nel giro dei pochi capoversi che compongono i capitoli, sballottandoti tra la disperazione e la leggerezza, la dolcezza e la ferocia, il sarcasmo più amaro e l’esistenza possibile che lasciano intravedere.

Ma Zigulì è anche un libro reticente. Nonostante l’estrema esposizione di una vita, la nitida crudezza delle immagini ad alta definizione, la nudità delle fatiche e dei sentimenti. O forse proprio per questo. Occorre riaversi dall’abbaglio che produce una verità sparata senza veli, per accorgersi che quell’abbaglio getta un velo su altri pezzi di verità. Stropicciandosi gli occhi, vien da chiedersi che strano mondo disegni Massimiliano Verga in queste pagine. Un mondo unidimensionale costruito sull’esclusività del rapporto tra un padre e il figlio disabile. Tutto il resto è ambiente dal quale attingere motivi di rabbia e frustrazione, spesso, e occasioni d’aiuto, talvolta. Anche di soddisfazione alternata allo sconforto, ma si tratta solo dell’Inter.

Si può descrivere la propria paternità, raccontandola un figlio per volta? E’ possibile cercar d’essere un padre migliore, senza capire cosa hai imparato essendo figlio di un padre, anzi di due e contemporaneamente, come confessa e poi immediatamente tralascia Verga? Si può parlare del proprio esser padre senza incrociare lo sguardo con quello di altri padri al di là del campionato di sfiga cui tutti partecipano con risultati ovviamente diversi? Si può esporre la propria paternità senza chiedersi dove finisce il ruolo paterno e dove inizia la propria condizione di uomo? E come tra loro si parlino? La risposta è sì, si può. Ed è proprio ciò che fa Zigulì, lasciando però il nostro ascolto sospeso per aria. Questo libro, alla fine, è un paradosso: è la massima esposizione pubblica di una paternità raccontata in totale solitudine.

Zigulì non dà risposte nè vuole darne. Ma non apre neppure domande, tranne quelle che riusciamo a porci se, dopo averne accolto le urla, gli schignazzi e le preziose carezze strappate agli schiaffi, proviamo ad ascoltarne i silenzi. Da qui ognuno può poi partire per cercar risposte, ringraziando in cuor suo il poderoso calcio nel culo regalato da quelle pagine.

Gardaland’s saga

Ho letto ancora su AT21 una ulteriore testimonianza sull’orrore Gardaland. Condividete, per cortesia! M’è venuto il mal di stomaco nel leggere ciò che segue:

ROMA – Una “giornata d’inferno” a Gardaland. C’è una nuova, ennesima denuncia, sul trattamento riservato nel celebre parco divertimenti alle persone con sindrome di Down: protagonista (suo malgrado) della vicenda stavolta non è un bambino o un ragazzo, ma un adulto. Si chiama Francesco, è una persona con sindrome di Down e lo scorso 22 ottobre, insieme alla sorella e alla famiglia di lei (marito e due figli ventenni), è andato al parco per festeggiare il suo 50esimo compleanno. La festa, però, si è per lui ben presto trasformata in un incubo. 
“All’ingresso – racconta a SuperAbile.it Pasqua Massagli, la sorella di Francesco – ci hanno fornito un’informativa, piuttosto nebulosa a dir la verità, circa le giostre a cui era possibile l’accesso per lui, avvisandoci che comunque non sarebbe mai potuto salire sulle cosiddette giostre adrenaliniche”. “Pur sapendo che sono quasi le giostre preferite da mio fratello – dice Pasqua – ho accettato le loro regole e ho cercato giostre accessibili. Ma giostre accessibili, afferma la sorella di Francesco, “non esistono, a meno che non si vogliano considerare come giostre i cavalli che si alzano e si abbassano o gli aereoplanini che si alzano portando bambinetti piccoli piccoli, o ancora percorsi in gallerie lunghe e buie con delle finte pistole in mano per colpire bersagli luminosi”. “Colma di rabbia, ma decisa a non rovinare a lui la giornata, ho fatto la coda al Bruco, insieme a mamme e papà con bimbi al seguito anche di due anni: saliti sul bruco, preso posto, siamo stati invitati ad alzarci e scendere”. Con le parole: “Scusa, tesoro, ma è pericoloso per te”. “Mentre mi alzavo – ricorda la signora Pasqua – mi sono guardata attorno e ho visto le faccette dei bimbi di due, tre e quattro anni che guardavano solo incuriositi il viso di un ragazzone adulto che piangeva”. 
“Andando via – continua il racconto della sorella di Francesco – lui mi ha chiesto di salire su Peter pan, una stupida giostrina con le barchette che girano in tondo: proibita”. “Ok, mi sono detta, vada per la Mono-rotaia: proibita”. “Con mio marito siamo andati allora su Flying Island, una piattaforma, grandissima, munita di un’alta ringhiera che si sarebbe sollevata da terra lentamente per avere una visione panoramica del Parco: noiosissima e lenta attrazione, adatta, credo, a persone molto anziane”. “Ci siamo seduti – racconta – e siamo stati avvicinati da una squadra (avevano paura che fossimo armati?): la signorina ci ha invitato ad alzarci con tono autoritario e scocciato. Forse ha pensato che essendo parenti di un disabile fossimo anche noi un po’ stupidi”. 
La signora Pasqua fa notare che il trattamento subito a Gardaland non ha avuto eguali in nessun altro parco divertimenti: “Due anni fa – dice – siamo stati a Eurodisney a Parigi e mio fratello è salito con i miei figli su tutte le giostre su cui poteva andare, soprattutto su quelle adrenaliniche, perché a casa la fifona della famiglia sono io, e non lui”. “A Mirabilandia, quattro anni fa, è salito su tutte le giostre, e ogni due anni andiamo allo zoo-safari di Fasano, dove lui corre direttamente verso la giostra “dei tronchi” che è la sua preferita. Una simile, a Gardaland, era proibita. In passato è stato anche a Miragica, a Molfetta, senza alcuna limitazione”. 
La sorella del signor Francesco sottolinea il fatto che “i caratteri somatici delle persone con sindrome di Down li rendono riconoscibilissimi” e questa è “l’unica cosa che permette agli impiegati di Gardaland l’identificazione certa in mezzo a una folla di persone con caratteri normali ma con quoziente intellettivo non rilevabili in nessun modo dall’aspetto”. “Come è possibile – si chiede – stabilire in anticipo se una persona apparentemente normale ha un quoziente intellettivo inferiore a una persona Down, oppure se avrà una crisi di panico, dovuta all’altezza o alla velocità di una giostra?”. Insomma, “tutte le persone con aspetto fisico normale vengono fatte salire sulle giostre: la discriminazione è solo contro le persone con gli occhi a mandorla”. “Se il problema – conclude la signora Pasqua – è Gardaland e la sua intolleranza verso i disabili, che almeno lo scrivessero chiaramente sul loro sito: non portate i disabili da noi, perché potete solo portarli a mangiare. Perdete tempo, soldi e dignità”. (ska) 
(28 ottobre 2011)

Articolo pubblicato da www.superabile.it

Gardaland: Senti quante campane suonano!

Le attrazioni Gardaland vietate alle persone Down

Come ho scritto nel post precedente grazie agli amici Marco e Antonella, mi sono resa conto che la discriminazione vive e vegeta proprio dove non ti aspetti. E’ al via l’iniziativa di discriminazione al contrario: se Gardaland non accetta le persone con sindrome di Down, noi blogger non accettiamo Gardaland. E spero lo facciano più persone; in particolare penso a tutti coloro che sono la fonte primaria dell’esistenza di un parco di divertimenti, i genitori e i bambini, inconsapevoli alimentatori di una ” mostruosità “! Agli amici frequentatori di questo blog la preghiera di diffondere il messaggio con l’accortezza, se fosse possibile, di utilizzare lo stesso titolo, per i post che verranno scritti dopo di questo. Il motivo è semplice: bisogna fare in modo che l’iniziativa compaia sulle prime pagine dei motori di ricerca. Essere sulla quindicesima, significa non avere visibilità. Buona scrittura e aggiungete man mano i link di coloro che aderiscono! 

Blogger che hanno aderito all’iniziativa: