Disabilità: quanta ” sana ” ignoranza!

KeithHaring1Tecnologia stamattina ha disposto che i ragazzi dovessero disegnare, su cartoncini bianchi, una serie di figure geometriche solide in piano, per poterle costruire in seguito a disegno ultimato. Sicché sotto lo sguardo vigile di D. il mio alunno Down, ho iniziato a disegnare poiché la sua capacità nell’organizzare gli spazi e nell’esecuzione di schemi complessi è veramente molto limitata – a dire il vero non ci riuscivano neppure i compagni, nonostante le più volte esplicative spiegazioni del titolare della materia! Mentre terminavo i disegni sentivo N. borbottare con il suo compagno di banco: Non vale però, il disegno lo sta facendo tutto la prof! – detto con una molta punta di invidia. Risposta del compagno: Ma la prof lo sta facendo perché D. non ci riesce… è disabile! Al che N. indignata e meravigliata ha controbattuto: No, D. non è disabile, non sta sulla sedia a rotelle! A quel punto m’è sembrato conveniente intervenire a proposito. Le ho spiegato, ho spiegato ad entrambi, che tutti siamo  persone con diverse abilità, quello che io sono in grado di fare bene, potrebbe essere un problema per un’altra persona. L’ho invitata a riflettere su questo, poiché N. ha più volte usato il termine handicappato come un’arma impropria e da offesa. Ho aggiunto che un disabile non è solo una persona a cui manca l’uso degli arti inferiori o una persona Down, ma che di fatto siamo tutti portatori di abilità diverse. N. non è una ragazza stupida e s’è scusata per i suoi precedenti. Mi auguro che non abbia più voglia di offendere gli altri con parole di cui non conosce bene il senso, potrebbe finire per offendere se stessa. A sua discolpa posso solo asserire che il comportamento nei confronti di D. di invidia, probabilmente – lui ha la prof di sostegno che gli fa le cose e lo aiuta quando ha difficoltà! – è frutto di ignoranza sociale e famigliare. Quello che mi dispiace profondamente del gruppo classe – di questo gruppo classe –  è la cieca accettazione del compagno, l’ignorarlo spesso, senza che venga mai in mente a nessuno di chiedere il perché ci sono persone dall’aspetto buffo come quello di D. con qualche difficoltà, ma una grande, enorme, voglia di essere come gli altri. L’insensibilità a volte non è l’offendere per offendere, ma ignorare una diversa realtà perché non ci appartiene, è il non riuscire a vederla con gli occhi dell’animo, questa è l’offesa maggiore.

Quasi amici o del pragmatismo francese

La storia di Quasi amicisi ispira a fatti e persone esistenti nella vita reale e non nella testa di uno sceneggiatore politicamente scorretto. La vicenda, certamente fuori dalle righe, dice di un ricco musicista (?) parigino dei boulevard che diventa tetraplegico a seguito di un incidente – mi butto con un parapedio, mi disfo due vertebre e dico addio alla motilità del mio corpo intero, eccetto la testa, amen! Il ricco ha bisogno di un infermiere/massaggiatore/tuttofare per poter condurre una vita da vegetale e pertanto convoca nella sua ricchissima magione dei boulevard, una serie di persone qualificate  Un nero delle banlieue parigine esce dal carcere dopo sei mesi per aver commesso un piccolo furto. Il nero ha bisogno del sussidio di disoccupazione perchè non ha messo in preventivo la possibilità di trovarsi un lavoro, ma si presenta al colloquio di lavoro a casa del ricco dei boulevard perchè – così pensa il nero – sarà sicuramente scartato perchè nero, senza referenze e ladro, e lui ha bisogno solo di una semplice firma da presentare per il sussidio, poichè dà per scontato che quello – ed altri lavori – non sono per lui. Ma succede l’imponderabile: il ricco si rende conto che quel ragazzo senza mezze misure, che non racconta frottole pietistiche per ottenere il lavoro, sarà quello che non lo tratterà da disabile e lo assume. Dopo un iniziale disorientamento il nero mette in atto quel pragmatismo disincantato, fatto di battute senza peli sulla lingua, che contrappuntano di risate il film, altrimenti piuttosto amaro e che si presta a considerazioni più profonde. Scorre così la vicenda di due realtà a confronto dove la disabilità fa da trait d’union, poichè in una realtà di tutti i giorni, al di là degli impedimenti fisici, avrebbe prevalso il preconcetto – il nero ladro non si accetta mai nelle stanze dei boulevard. Ma la mente del disabile ragiona disancorata dalle presunzioni. Viene quasi da pensare che ci sarebbe da far provare la disabilità, anche per un solo giorno, agli ottusi di cuore e di mente, a quelli che si fanno scudo delle sicurezze economiche per essere supponenti con il mondo intero. Sviluppare un rapporto empatico con i diversi, anche politicamente scorretto, parte dal basso, dalla sofferenza che si prova. Solo così si può dire pane al pane e diventare quasi amici. 

Con gli occhi di un padre – Zigulì

Qualche giorno fa ho visto l’intervista che Daria Bignardi ha fatto a Massimiliano Verga, autore del libro ” Zigulì, la mia vita dolceamara con un figlio disabile “. Il racconto del padre sembrava smorzato dal probabile imbarazzo per essere lì in uno studio televisivo. Un padre reticente nell’esporre quello che invece il libro racconta in modo preciso: la vita quotidiana, lo scontro ripetuto con una realtà pazzesca e castrante, quella dell’avere un figlio pluriminorato – termine ” tecnico ” per dire di un figlio che non vede, non parla, si esprime urlando. Non ho ancora letto il libro, cosa che mi ripropongo di fare a breve, ma Igor Salomone, consulente pedagogico ne ha scritto una bella recensione che vi propongo integralmente: 

E’ una scrittura tesa e potente quella di Massimiliano Verga. Parole che sbattono in faccia scene di vita quotidiana ai limiti del tollerabile. Un album di fotografie, di istantanee crude e violente provenienti dal fronte. Guardi la prima e distogli lo sguardo dopo un istante, passando alla successiva nella speranza di una tregua. Ma  non c’è via di scampo. Una dopo l’altra tirano per il bavero il lettore, costringendolo a guardare sino all’ultima pagina. E a vedere.

Questa è la vita accanto a una persona disabile, sembra dirti dritto negli occhi l’Autore, e non ci sono cazzi. Piantiamola di prenderci in giro e di raccontarcela. Se sul fronte non ci siete mai stati, toglietevi quel mezzo sorriso di finta empatia e fatevi un giro per la piazza nella quale abitate: scoprirete che il fronte è lì, al vostro fianco, sotto i vostri piedi, davanti ai vostri occhi, mentre pensavate fosse lontano, altrove, anzi, mentre neppure sospettavate esistesse una guerra, solo per il fatto che non siete chiamati a combatterla.

Zigulì, la mia vita dolceamara con un figlio disabile, al primo impatto non sembra neppure un libro. Si presenta come quelle vecchie scatole di cartone riempite alla rinfusa di foto che all’occorrenza ripeschiamo una a una sfruculiando con le mani. Anche Zigulì si può sfruculiare pescando a caso. Lo vendessero a capitoli, li si potrebbe mettere in un vaso e poi agitarli prima dell’uso, ricombinandoli tutte le volte. Ma non è così. Il libro di Verga è uno di quelli che apri, leggi la prima pagina e poi non puoi smettere perchè col fiato corto devi vedere come va a finire. Solo che non va a finire da nessuna parte. Zigulì non è un viaggio, è una giostra che gira su se stessa e a ogni giro sai che un altro giro è andato e, per quanto te ne manchino ancora tanti quanti una vita, sai che è uno di meno.

Eppure è un libro sull’amore. Sull’amore e l’intera gamma di sentimenti che trascina con sè l’infrangersi dei sogni e il disgregarsi del futuro. Le parole di Verga distillano con una efficacia straordinaria rabbia, cinismo e infinita tenerezza. Riescono a ribaltarti nel giro dei pochi capoversi che compongono i capitoli, sballottandoti tra la disperazione e la leggerezza, la dolcezza e la ferocia, il sarcasmo più amaro e l’esistenza possibile che lasciano intravedere.

Ma Zigulì è anche un libro reticente. Nonostante l’estrema esposizione di una vita, la nitida crudezza delle immagini ad alta definizione, la nudità delle fatiche e dei sentimenti. O forse proprio per questo. Occorre riaversi dall’abbaglio che produce una verità sparata senza veli, per accorgersi che quell’abbaglio getta un velo su altri pezzi di verità. Stropicciandosi gli occhi, vien da chiedersi che strano mondo disegni Massimiliano Verga in queste pagine. Un mondo unidimensionale costruito sull’esclusività del rapporto tra un padre e il figlio disabile. Tutto il resto è ambiente dal quale attingere motivi di rabbia e frustrazione, spesso, e occasioni d’aiuto, talvolta. Anche di soddisfazione alternata allo sconforto, ma si tratta solo dell’Inter.

Si può descrivere la propria paternità, raccontandola un figlio per volta? E’ possibile cercar d’essere un padre migliore, senza capire cosa hai imparato essendo figlio di un padre, anzi di due e contemporaneamente, come confessa e poi immediatamente tralascia Verga? Si può parlare del proprio esser padre senza incrociare lo sguardo con quello di altri padri al di là del campionato di sfiga cui tutti partecipano con risultati ovviamente diversi? Si può esporre la propria paternità senza chiedersi dove finisce il ruolo paterno e dove inizia la propria condizione di uomo? E come tra loro si parlino? La risposta è sì, si può. Ed è proprio ciò che fa Zigulì, lasciando però il nostro ascolto sospeso per aria. Questo libro, alla fine, è un paradosso: è la massima esposizione pubblica di una paternità raccontata in totale solitudine.

Zigulì non dà risposte nè vuole darne. Ma non apre neppure domande, tranne quelle che riusciamo a porci se, dopo averne accolto le urla, gli schignazzi e le preziose carezze strappate agli schiaffi, proviamo ad ascoltarne i silenzi. Da qui ognuno può poi partire per cercar risposte, ringraziando in cuor suo il poderoso calcio nel culo regalato da quelle pagine.