Fetus

 

 

 

 

 

 

Moltissimi anni fa, prima dell’avvento di Google e delle mille propaggini internettiane che ti aiutano nella buona e nella cattiva sorte, insomma prima di tutto ciò, mi feci abbindolare da un annuncio comparso su uno dei giornali a fumetti o qualche altra rivista, non ricordo bene. L’annuncio propagandava la mirabolante vendita di un centinaio, o forse più, di bambole di varie dimensioni non ben specificate. Feci in modo che mia madre potesse acquistare per me, perché ero una mini minorenne e dopo qualche tempo il pacchetto che avevamo immaginato voluminoso arrivò. Con ansia fu aperto da entrambe e ci rendemmo conto di aver preso una solenne cantonata: le bambole c’erano e anche in numero esatto – le contammo! – però andavano, in dimensione variabile, da un centimetro a tre scarsi. Insomma erano in tutto e per tutto simili a piccoli feti. Non ce la sentimmo di buttar via in un sol colpo una spesa così mal spesa e come due novelle anatomopatologhe stipammo la congrega di pollicine in un barattolo di vetro e lì rimasero fino a quando, in un empito di ordine mia madre decise di epurare le bamboline regalandole a non so quale bambina di sua conoscenza. Mi sono ricordata poco fa del barattolo colmo di bamboline, leggendo la “ lieta novella “ del gadget a forma di feto, distribuito al Congresso Mondiale delle famiglie che si tiene da oggi e per i prossimi tre giorni a Verona. I feti di plastica vengono donati per ricordare alle donne “ distratte “ di non abortire: è la santa famiglia che vuole essere glorificata anche attraverso la nascita di figli non voluti, di figli estorti. Se avessi saputo allora che un ricordo, tutto sommato innocuo e divertente, sarebbe stato insidiato così tanti anni dopo da una tale strumentale e volgare speculazione, le avrei buttate subito le mie pollicine, per farle entrare nel limbo delle cose da non ricordare, così come questo delirio veronese è da cancellare dalla memoria della nostra storia comune.