I mocassini di Vittorio Sgarbi

scarpeIn una domenica di fine settembre, luminosa e smaltata d’azzurro, una moltitudine si accalcava davanti alle porte dell’antica dimora degli Svevi.

Un castello assediato da una folla multicomposita e vociante, poteva ingenerare nell’ Osservatore distratto e ignorante, nel senso che ignorava ciò che accadeva lì in quel momento, il pensiero peregrino che in quel preciso istante in cui il suo cervello tentava di elaborare una ragionevole spiegazione, poteva svolgersi proprio lì, nel castello davanti casa sua, l’evento del secolo, magari un’audizione di X Factor, perché no?

Speranzoso, l’Osservatore distratto e ignorante, si armò di pazienza e posto se stesso in una condizione di OsservatoreDistrattoeIgnoranteImpegnatoaStareInUnaFilaCivileeComposita  cominciò ad attendere per vedere quel che accedeva lì dentro.

Il sole a settembre, quando è di buzzo buono è impegnato, anche lui, a stazionare, e scotta le carni alla stessa maniera che in agosto; quella domenica così faceva sulla vistosa alopecia dell’Osservatore che, porca l’oca, aveva dimenticato il berretto al bar di Peppino qualche strada più in là. Andare a prendere di corsa – di corsa, con le sue gambe?!? –  il copricapo e tornare indietro? Non se ne parlava proprio! L’Osservatore aveva intuito, intanto che stazionava tra i tanti, che una volta abbandonata la postazione non avrebbe avuto più modo e maniera di ritornare dov’era. Si guardò intorno nella speranza di scorgere qualche compagno di merende… macché scomparsi nel niente, neppure uno a condividere la curiosità per quell’insolito insieme! L’Osservatore cavato il giornale piegato, che aveva infilato poco prima nella tasca del pantalone marron – sempre quello, il pantalone che la santa donna di sua moglie tutte le domeniche gli faceva trovare sul letto matrimoniale, si fosse mai sbagliata una volta! – si riparò la testa sudata come meglio poteva con la Gazzetta dello Sport.

Ad un tratto l’allampanata proprietaria di un cespuglio di capelli – boccoluti e rossi di una tintura appena fatta, un papocchio disposto sulla sommità di una testa in continuo movimento – con voce squillante richiamò tra i tanti, due classi di alunni del locale liceo scientifico. La folla parve dividersi come succede ad un’ ameba privata dei suoi pseudopodi, cambiò forma, ma ebbe un’accelerazione in avanti quasi che il distacco di una parte importante della fila avesse aperto nuove possibilità di fuga verso l’ingresso al castello, finalmente. Travolto dall’empito dell’ameba nel guadagnare terreno verso l’ombra, a malapena l’Osservatore mantenne la posizione eretta per via dell’età e delle gambe malferme. Si trovò sotto l’arco d’ingresso dove due signore, con fare spiccio, sfoltivano la fila con un: I minorenni di qui! Quando fu il suo turno all’Osservatore venne d’istinto fare lo spiritoso con un: Minorenne anch’io… una volta! Lo gelò lo sguardo superbo e spocchioso della donna più anziana – una coetanea, chissà! – che considerato l’aspetto dell’Osservatore non conforme a quello di coloro che frequentavano i Festival di Letteratura  gli disse, quasi sull’orlo del pentimento per averlo detto: Si sbrighi, il Dialogo sta per iniziare! e lo fece passare per la stessa via attraverso la quale passavano i minorenni. Un Dialogo?!? si disse l’uomo, perché è di questo che si trattava. Ebbe conferma di essere incappato in una trappola quando lesse il manifesto esposto nell’atrio del castello: Condividere.  E mo’ come me ne esco? pensò. Ma i minorenni dietro di lui premevano e lui si fece contagiare da quella strana euforia, dalla corsa verso l’ignoto.

Scese le scale che portavano al cortile interno e stentò a credere ai suoi occhi: c’era gente in ogni dove, tutti i posti a sedere occupati, moltissimi affacciati alla balaustra del piano di sopra, allineati vicini come colombi sui fili elettrici nei giorni di pioggia. Neanche quando il castello era carcere maschile s’era vista tanta gente! L’Osservatore senza perdere la speranza, occhieggiando qua e là, riuscì a trovare un posticino laterale in seconda fila, si sedette e aspettò. La proprietaria del papocchio rosso fuoco, agguantò un microfono ed annunciò i dialoganti. Presero posto in due, uno che pareva un gestore delle pompe funebri, vestito con un abito scuro simile a quello che l’Osservatore aveva indossato il giorno in cui aveva portato all’altare sua figlia – lo stesso che sua moglie, santa donna, da allora aveva infilato in una sacca di plastica in compagnia di tre o quattro pasticche di canfora, con la promessa che glielo avrebbe messo addosso solo in occasione del suo funerale; al solo pensiero di sé stesso vestito di scuro l’Osservatore metteva in atto una serie di atti scaramantici uguali a quelli che avrebbe voluto indirizzare verso il nerovestito, ma tutto sommato considerò che  non se lo poteva permettere, dato il contesto. Accanto al becchino prese posto una signora, una bionda giornalista, che se l’Osservatore avesse avuto una decina di anni di meno non avrebbe esitato a maneggiare. Fu annunciato il ritardo di un altro tizio che avrebbe dovuto essere lì, con i due.

Così iniziarono il Dialogo. Per quanta attenzione ponesse alle parole che ascoltava, l’Osservatore non riusciva mai a comprendere veramente. Si parlava di Costituzione e di bellezza, si parlava di libri. Per uno come lui, affezionato cultore di generi letterari colorati di rosa – il colore della Gazzetta dello Sport – la situazione che si era creata assomigliava tanto all’essere andato all’estero, parola più parola meno.

L’arrivo del ritardatario fu annunciato da un Ohhh fatto all’unisono dai presenti, che all’orecchie dell’uomo sembrò un boato in sordina, ma mica tanto. Fu a quel punto che l’Osservatore, finalmente, riconobbe qualcuno: ma non era colui che in televisione gridava sempre Capra! Capra! Capra! a tutti quelli che avevano la faccia di contraddirlo? Com’è che si chiamava? Lo trasse dall’impiccio di ricordare la biondina: Ecco tra noi Vittorio Sgarbi! Già già, si disse l’Osservatore, è proprio quello! Felice per essere riuscito a vedere, finalmente,  almeno uno famoso, già pensava al giorno dopo quando nel bar di Peppino avrebbe potuto raccontare, vantandosi, di essere stato ad ascoltare dal vivo Vittorio Sgarbi. Però non è che fosse vestito meglio di lui, si disse guardandolo. E poi bella panza, complimenti, Vittorio Sgarbi! Quello cominciò a parlare che sembrava un invasato e, mentre si agitava sulla sedia, anche i suoi piedi si agitavano sotto il lungo tavolo ammantato di verde. L’Osservatore guardò con attenzione i piedi nudi di Vittorio Sgarbi che entravano e uscivano da un paio di mocassini che parevano due pantofole sformate dall’abitudine del loro proprietario a compiere quel gesto di togli e metti non proprio in tono con la sua fama di esteta famoso. Vittorio Sgarbi rimase per un momento a piedi completamente nudi poi, tastando il terreno, si ricongiunse con le pantofole, pardon, i mocassini, sformati. L’Osservatore pensò che anche volendo lui non si sarebbe mai cavato le scarpe dai piedi in pubblico, mai, eccetto quando le scarpe andava a comprarle. Disgustato, si alzò lentamente e facendosi largo tra i tanti, cominciò a guadagnare l’uscita.

N.d.R. Eccetto che per l’Osservatore, uomo della strada compatibile, ma di pura invenzione, il resto della storia si è svolta così nella realtà dei fatti, in una domenica de I Dialoghi di Trani.

Backstage/ un ricordo bellissimo

E’ il caso che rende possibile l’evolversi dei fatti, in modo che prendano la forma compiuta delle storie, prima, e dei ricordi, più tardi? Ma il caso sembra essere governato dalle condizioni poste da una serie di ” combinazioni ” che rendono o meno possibili i fatti. Alla fine ti resta interrogarti sui se: se quel giorno non ci fosse stato il temporale, se non ci fosse stato il ritardo nel montare nuovamente le attrezzature sul palco, se non avessi avuto la faccia tosta di presentarti con il libro che ti eri portata di proposito, nell’eventualità che un caso – rieccolo! – fortuito te lo avesse fatto conoscere… Certamente fortunato quel caso, almeno per me. C’era stato nel pomeriggio carico di calura estiva, uno di quei temporali, una tempesta di vento e acqua, tanto da sradicare alcuni alberi; in forse il concerto, dunque. Le telefonate fatte nel pomeriggio ci avevano rassicurate, Paolo Conte avrebbe cantato. Arrivate per tempo al Castello Svevo a Bari rimanemmo in attesa. Il cortile brulicava di macchinisti e strumentisti alle prese con l’allestimento del palco poco prima privato delle attrezzature per via della tempesta. Sedute in prima fila, la mia amica mi fa segno: lui è lì, nel backstage, in attesa come noi. Pantaloni scuri, camicia bianca sbottonata al collo, un golf verde bottiglia. Nessun abito di scena, un signore maturo in attesa. Mi alzo calamitata dal momento propizio e vado da lui. Con me, con l’intento di conoscerlo, un altro ragazzo con una copertina di un suo ellepì tra le mani da fare autografare. Ci avviciniamo, lui sorride gentile. Il ragazzo gli porge la copertina, lui chiede il nome a cui dedicare, il ragazzo dice di essere un suo quasi collega. Lui si informa degli studi di giurispudenza del ragazzo che, dopo poco, va via felice. E’ il mio momento, gli porgo il libro delle sue canzoni e mi chiede di sedermi con lui. Mi dà del lei, mi chiede il nome. Mi imbarazza il lei, gli chiedo la cortesia del tu e, per tutto il tempo, in cui dura il nostro stare insieme, parleremo usando la forma colloquiale del tu. Chiede anche a me, come al ragazzo poco prima, quello che faccio nella vita: Disegnatrice in uno studio tecnico. Ma sai che è la mia passione, il disegno? Se non avessi dovuto studiare giurispudenza, avrei frequentato una scuola d’arte. Perchè non l’hai fatto? Sai, con un nonno notaio e un papà avvocato non avrei potuto fare altro! Ancora adesso fare il cantante non è la mia esatta dimensione. Paolo sei come ti avevano descritto. Come, cioè? Un signore molto perbene… biondo. Ah una volta ero biondo, ora non più! Sorriso suo. Il tuo ultimo disco è bellissimo, molto più maturo dal punto di vista musicale – Paolo Conte 1984, per la cronaca – Mi piace l’uso che fai di certe parole antiche, mai sentite prima… Quali? Macadam, ad esempio. Quello era un termine che usava sempre mia nonna; chiamava così l’asfalto… E poi non è vero che le donne odiano il jazz, a me piace… sorrido, lui ricambia divertito. Mi spiega che non capivano, le donne della sua generazione, il motivo di fondo di una certo giro, poco orecchiabile a volte. Vado parafrasando Gertrude Stein quando gli dico: Paolo Conte è Paolo Conte è Paolo Conte… Viene facile parlare subito dopo di Pavese e di letteratura americana. Intanto si toglie di tasca un piccolo contenitore di metallo: sono liquirizie Taboo. Non fumo mai prima di un concerto e utilizzo queste, ne vuoi una? Sto per declinare l’offerta, ma poi: E’ tabù, allora la prendo! Sorride ancora, mi guarda, l’aria è fresca dopo il temporale, mi chiede: Stai bene? Sei ben coperta? Qualcuno lo chiama: Siamo pronti, iniziamo… Ci salutiamo, aggiunge: Torna dopo il concerto, così mi dici se ti è piaciuto. Seguo le canzoni a memoria, come in una bolla, incredula. Dopo i bis torno al backstage, una persona mi ferma. Gli dico che sono attesa, ma non mi concede il passo. Paolo guarda dalla mia parte e fa un cenno. Vado da lui, lo ringrazio, gli stringo la mano, gli dico che il concerto è stato bellissimo. Con un sorriso ringrazia me per esserci stata e mi bacia con un arrivederci al prossimo concerto.

Dedicato al Papero 😀