Pubblicità regresso

Dsquared2_FW14_Womenswear_Campaign_4La fotografia colpisce come un pugno nello stomaco e lascia disorientati. Su una sedia a rotelle, in una improbabile stanza d’ospedale o clinica di lusso, è seduta una donna che, a prima vista, diresti più manichino che umana. Lo sguardo è perso nel vuoto, in un lontanissimo ricordo. La sua bellezza è violentemente castrata da una grottesca pettinatura cotonata e da un abbigliamento discinto, volgare e costoso. Il lusso da mantenuta traspare dai particolari, borsa e scarpe in coccodrillo, pesanti bracciali in oro ai polsi, collare da mercato delle schiave. Alle sue spalle si intravede un uomo – infermiere? – pronto a spostarla, dopo aver composto un manichino di lusso. Cosa vuole dimostrare la foto? Una donna finalmente zittita e inebetita, resa inoffensiva dai farmaci? Una pseudo disabile, ricca e scostumata? Qualsiasi cosa voglia comunicare, l’immagine è una offesa evidente: la sedia, sulla quale la donna siede abbandonata, è il mezzo con il quale vengono trasportate le persone nei luoghi di cura – chiunque e in qualsiasi luogo – è vero, ma è anche il simbolo materiale sul quale sono crocifisse migliaia di persone al mondo, nate disabili o diventate tali. È una offesa quella sedia usata in modo improprio in una pubblicità volgare, per coloro che una sedia a rotelle sono obbligati ad usarla. È una offesa per le donne ritenute fenomeni da baraccone psichiatrico, bambole gonfiabili da farmaci, inutili involucri da seppellire dopo l’uso. Così viene commentata la “ geniale “ campagna pubblicitaria della DSquared2:

Disorientata e fragile, la protagonista è ambasciatrice di una femminilità drammatica accentuata dai tagli anni ’60 della collezione e dagli accessori, presi in prestito da un ospedale e passati attraverso un restyling completo. Così i sandali ‘correttivi’ o le collane-collare amplificano l’atmosfera dell’ospedale dello stile firmato DSquared2.

Inutile dirvi che non acquisterò mai una cosa qualsiasi “ targata “ DSquared2.