Destinazione Piovarolo

Destinazione_Piovarolo_sitoDa tantissimo tempo non mi capitava di prendere un treno locale per andare a Bari, come ieri pomeriggio. Come le “ poste “ di un rosario, tra Trani e Bari, ci sono stazioni dove i treni veloci non fermano più. Per andare al nord oppure al sud bisogna far riferimento alle stazioni “ pregnanti ” come Bari o Barletta, effetti della razionalizzazione delle ferrovie, effetti del ridimensionamento, effetti speciali solo per chi crede che potenziando le grandi stazioni può lasciare nel nulla tutto il resto. Man mano che il treno guadagnava la destinazione di arrivo, inquadrate dal finestrino presso il quale ero seduta, mi sfilavano davanti le stazioni che ben conosco, rese irriconoscibili dall’incuria e dal degrado. Gli edifici centrali di ogni stazione, che un tempo erano spesso adornati da piante ornamentali, parevano più simili a prigioni con cancellate a chiudere per sempre l’accesso a sale d’aspetto dove nessuno più aspetta. All’esterno “ normali “ scritte ad imbrattare muri e cose ( una recitava “ Tanto vi dovete lasciare tutti, prima o poi “ lo sgrammaticato pessimismo cosmico di quello appena mollato dalla sua bella ). Scenari apocalittici da film di fantascienza, dove il futuro prossimo venturo è costellato dalle rovine della “ civilità” che viviamo incivilmente. A pensarci bene da qualche parte ci sarà stato un Totò a rammaricarsi del fatto che nella sua stazione declassata ormai non si fermano più neppure i “ Rapidi “. La stazione diventata come un cancro sociale da ignorare, da segregare.

Con Bill de Blasio a New York, con Renato Accorinti a Messina ( da Micromega )

fascia-tricolore-sindacoRiporto integralmente l’articolo pubblicato oggi su Micromega di Pierfranco Pellizzetti. Parla di due sindaci, di quello che fanno e di quello che faranno.  Probabilmente le nostre città non hanno simili esempi al loro governo, e questo crea in noi molte delusioni e malumori. A pensarci bene il buon governo parte dalle cose piccole, le lotte nascono alle estremità. Oggi il sindaco di Bari, Michele Emiliano, ha detto ” Ieri in una seduta storica del Consiglio Comunale abbiamo approvato il Decentramento amministrativo, la riduzione delle circoscrizioni da 9 a 5 e il dimezzamento dei consiglieri circoscrizionali con un risparmio di spesa di diversi milioni di euro e, soprattutto, abbiamo riorganizzato la macchina del Comune per avvicinarla ai cittadini baresi. Questi passaggi concludono dieci anni di governo nella maniera migliore, con una maggioranza di centro-sinistra compatta, che ha fino in fondo dibattuto in maniera intensa e appassionata e che, con l’approvazione di questa delibera, parte verso le elezioni del 2014 nella maniera più forte e credibile.” A parte l’apologia tipica di chi è in campagna elettorale, è tanto difficile fare qualcosa per il bene collettivo? E’ così difficile, per un governo centrale, prendere esempio dagli atti virtuosi della periferia?

Il sindaco di Messina Renato Accorinti si presenta alla Festa delle Forze Armate in jeans e t-shirt con la scritta “Tibet libero”. Citando l’invito a “svuotare gli arsenali e colmare i granai” di quel pericoloso sovversivo che fu Sandro Pertini, poi srotolando una bandiera arcobaleno con la frase della nostra carta Costituzionale “l’Italia ripudia la guerra”, costringe alla fuga ben “due generali due” e riceve la reprimenda del ministro lettiano Gianpiero D’Alia: «una provocazione demenziale e inopportuna, il sindaco si scusi pubblicamente».

Semmai a scusarsi dovrebbe essere proprio il governo che, sotto l’alto patrocinio del nume tutelare del ceto partitocratrico Giorgio Napolitano, continua a gabellare come “indispensabile” l’acquisto dei caccia F-35; mentre irride i lavoratori con paghette di 14 euro.

Nel frattempo, il candidato sindaco di New York Bill de Blasio vola nei sondaggi proponendo di virare le riduzioni fiscali del suo predecessore, riservate a finanzieri di Wall Street e costruttori di torri di lusso, a investimenti in asili nido e case popolari.

Certo, per un vecchio borghese come il sottoscritto la tenuta sbulinata di Accorinti è un po’ irritante (il mancato rispetto delle forme mi sembra una corriva concessione allo “snobismo da sanculotto”); per l’europeo schizzinoso nei confronti di un certo melange politico-affaristico nordamericano, induce una qualche sospettosità apprendere che la lobby degli immobiliaristi ha deciso di appoggiare de Blasio.

Ma sono solo quisquilie. Quanto davvero conta è la ripresa di militanza urbana che questi personaggi riescono ad attivare.

Possiamo leggere le due vicende come un unico segnale a conferma delle tesi di quanti indicano le città come i luoghi in cui si può rifondare democrazia e civismo?

Nella crisi di politiche nazionali sempre più dipendenti dalle invenzioni manipolatorie dei creativi, che “vendono” i leader presunti carismatici come marchi riducendo la progettualità a ingannevoli trovate pubblicitarie e teatralità a scopo di raggiro, l’idea di ripartire dall’uscio di casa sembra l’unica scelta vincente a disposizione.

Ne ha scritto l’anno scorso il mio amico Manuel Castells (“Reti di indignazione e di speranza”) parlando del ruolo rivoluzionario di “idealisti pragmatici” che si riappropriano dei problemi nelle piccole dimensioni, visto che «la classe politica è diventata una casta capace di autoriprodursi, intenzionata a salvaguardare gli interessi dell’élite finanziaria e a preservare il proprio monopolio sullo Stato».

Ci ho provato io con un libricino uscito questa primavera. Torna ora sul tema un “pezzo da novanta” come David Harvey (“Città ribelli”): «il nostro principale compito politico consiste nell’immaginare e ricostruire un modello di città completamente diverso dall’orribile mostro che il capitale globale e urbano produce incessantemente». Del resto tutti i casi di rilancio che da un trentennio si realizzano in Europa – da Barcellona a Stoccarda, da Lione a Lisbona – sono a scartamento civico.

Ma anche in Italia è da un pezzo che si stressa questa idea; almeno a partire dal 1993: legge per l’elezione diretta del Primo Cittadino. Con una sfilza di delusioni conseguenti. Allora i Bassolino e i Rutelli, ora i De Magistris o i Pizzarotti (ed è in arrivo per novembre un’inchiesta di MicroMega sull’ultima infornata di cosiddetti “sindaci taumaturghi” che stanno sprofondando nelle sabbie mobili dell’inconcludenza). Se è così, perché allora dovremmo ritirare ancora fuori questa ricetta che ha solo fatto avvizzire tante speranze?

La ragione è che forse adesso stiamo capendo dove si era sbagliato: nella scelta delle persone, che – tutto sommato – appartenevano per mentalità al circuito dello star-system; di conseguenza, con forti condizionamenti da parte del proprio milieu (e questo vale anche per il sindaco anti-establishment e antipersonaggio di Parma, sottoposto a pesanti tutele già al momento di costituire la propria squadra).

Dove – invece – Accorinti potrebbe essere realmente diverso, tanto da costituire un precedente importante? In quanto il suo fortissimo radicamento nel territorio (e il disinteresse ad evaderne) gli impone una sola priorità e un solo vincolo: quelli con gli elettori (difatti ha rifiutato ogni apparentamento, Grillo compreso). Insomma, è un felice esempio di politica locale presa davvero sul serio, non svilita a trampolino di lancio per velleità carrieristiche nazionali. Forte di un’idea di città che nasce dalla conoscenza condivisa dei problemi da portare a progetto democratico. Mentre – ora lo si può dire – i presunti sindaci dei cittadini, balzati sulla scena fino ad oggi, erano in prevalenza invenzioni mediatiche.

Se trarremo insegnamento dalla lezione, forse si potranno avere in futuro dieci, cento vicende alla messinese; dalla parte dei cittadini.

Pierfranco Pellizzetti

(6 novembre 2013)

Fuggi da Foggia

Mò, che altra storia! Chi glielo aveva detto a quelli di fare la sesta provincia? Io non di certo!! ‘Ste province, sai quel che perdi e non sai quel che trovi. Quando Trani stava a nord di Bari – ci sta ancora, veramente – e ci ” fregiavamo ” del ” in provincia di Bari “, c’era sempre qualche cretino che aggiungeva: Ah, Bari? se Psrigi avesse lu meri sarebbe una piccola Beri! sapevi qual era l’occhiataccia che dovevi organizzare per incenerire il deficiente. Invece qualcuno s’è montata la testa, ha pensato che una sesta provincia poteva essere la soluzione alle lungaggini burocratiche, alle difficoltà a raggiungere la sede principale – 45 km scarsi!! – e altre amene sciocchezze, così ci siamo fatti carico della cosa più ridicola partorita dalla mente umana: la BAT provincia, che non è il territorio eletto da Batman per le sue escursioni, bensì l’unione infausta di Barletta, Andria e Trani. E mò che succede? Con Monticello nostro che vuole far fuori l’eccesso di grasso che cola – l’avranno battezzata ” elegantemente ” spending review, ma il senso è quello! –  la BAT provincia si volatilizza. E Trani torna in provincia di Bari? Ma quando mai! Ci affibbiano a Foggia, sob! Non voglio andare a Foggia!! 😦 Fuggi da Foggia, non per Foggia ma per i Foggiani!! Pare l’abbia detto Federico II e se l’ha detto lui…! 😀

Backstage/ un ricordo bellissimo

E’ il caso che rende possibile l’evolversi dei fatti, in modo che prendano la forma compiuta delle storie, prima, e dei ricordi, più tardi? Ma il caso sembra essere governato dalle condizioni poste da una serie di ” combinazioni ” che rendono o meno possibili i fatti. Alla fine ti resta interrogarti sui se: se quel giorno non ci fosse stato il temporale, se non ci fosse stato il ritardo nel montare nuovamente le attrezzature sul palco, se non avessi avuto la faccia tosta di presentarti con il libro che ti eri portata di proposito, nell’eventualità che un caso – rieccolo! – fortuito te lo avesse fatto conoscere… Certamente fortunato quel caso, almeno per me. C’era stato nel pomeriggio carico di calura estiva, uno di quei temporali, una tempesta di vento e acqua, tanto da sradicare alcuni alberi; in forse il concerto, dunque. Le telefonate fatte nel pomeriggio ci avevano rassicurate, Paolo Conte avrebbe cantato. Arrivate per tempo al Castello Svevo a Bari rimanemmo in attesa. Il cortile brulicava di macchinisti e strumentisti alle prese con l’allestimento del palco poco prima privato delle attrezzature per via della tempesta. Sedute in prima fila, la mia amica mi fa segno: lui è lì, nel backstage, in attesa come noi. Pantaloni scuri, camicia bianca sbottonata al collo, un golf verde bottiglia. Nessun abito di scena, un signore maturo in attesa. Mi alzo calamitata dal momento propizio e vado da lui. Con me, con l’intento di conoscerlo, un altro ragazzo con una copertina di un suo ellepì tra le mani da fare autografare. Ci avviciniamo, lui sorride gentile. Il ragazzo gli porge la copertina, lui chiede il nome a cui dedicare, il ragazzo dice di essere un suo quasi collega. Lui si informa degli studi di giurispudenza del ragazzo che, dopo poco, va via felice. E’ il mio momento, gli porgo il libro delle sue canzoni e mi chiede di sedermi con lui. Mi dà del lei, mi chiede il nome. Mi imbarazza il lei, gli chiedo la cortesia del tu e, per tutto il tempo, in cui dura il nostro stare insieme, parleremo usando la forma colloquiale del tu. Chiede anche a me, come al ragazzo poco prima, quello che faccio nella vita: Disegnatrice in uno studio tecnico. Ma sai che è la mia passione, il disegno? Se non avessi dovuto studiare giurispudenza, avrei frequentato una scuola d’arte. Perchè non l’hai fatto? Sai, con un nonno notaio e un papà avvocato non avrei potuto fare altro! Ancora adesso fare il cantante non è la mia esatta dimensione. Paolo sei come ti avevano descritto. Come, cioè? Un signore molto perbene… biondo. Ah una volta ero biondo, ora non più! Sorriso suo. Il tuo ultimo disco è bellissimo, molto più maturo dal punto di vista musicale – Paolo Conte 1984, per la cronaca – Mi piace l’uso che fai di certe parole antiche, mai sentite prima… Quali? Macadam, ad esempio. Quello era un termine che usava sempre mia nonna; chiamava così l’asfalto… E poi non è vero che le donne odiano il jazz, a me piace… sorrido, lui ricambia divertito. Mi spiega che non capivano, le donne della sua generazione, il motivo di fondo di una certo giro, poco orecchiabile a volte. Vado parafrasando Gertrude Stein quando gli dico: Paolo Conte è Paolo Conte è Paolo Conte… Viene facile parlare subito dopo di Pavese e di letteratura americana. Intanto si toglie di tasca un piccolo contenitore di metallo: sono liquirizie Taboo. Non fumo mai prima di un concerto e utilizzo queste, ne vuoi una? Sto per declinare l’offerta, ma poi: E’ tabù, allora la prendo! Sorride ancora, mi guarda, l’aria è fresca dopo il temporale, mi chiede: Stai bene? Sei ben coperta? Qualcuno lo chiama: Siamo pronti, iniziamo… Ci salutiamo, aggiunge: Torna dopo il concerto, così mi dici se ti è piaciuto. Seguo le canzoni a memoria, come in una bolla, incredula. Dopo i bis torno al backstage, una persona mi ferma. Gli dico che sono attesa, ma non mi concede il passo. Paolo guarda dalla mia parte e fa un cenno. Vado da lui, lo ringrazio, gli stringo la mano, gli dico che il concerto è stato bellissimo. Con un sorriso ringrazia me per esserci stata e mi bacia con un arrivederci al prossimo concerto.

Dedicato al Papero 😀