Dell’andare per musei

musei venetoChe l’erba del vicino sia sempre più verde? Fatto sta, lettura mattutina di un articolo datato su L’Espresso a firma di Enrico Arosio, che il museo di arte moderna più visitato in Italia, manco a dirlo, non è un museo italiano ma un museo americano, la collezione Peggy Guggenheim di Venezia. Quale la fortuna della sua gestione, visto il successo? Sicuramente il fatto che non sia l’Italia a gestirlo, su questo mi dispiace non avere dubbi. Ho visitato il Guggenheim diverse volte e ne ho sempre riportato un’impressione positiva, efficenza nella gestione, estrema cura negli allestimenti, personale americano – studenti per lo più, in formazione con stage  nel museo – una amministrazione oculata e affidata a persone intelligenti. Vale la pena riportare l’articolo nella sua interezza anche perché aiuta a capire certe incomprensibili dinamiche tutte italiane che si ripercuotono non solo nella visione distorta dei beni culturali e artistici. Come sempre sono gli stranieri a tirarci le orecchie con poche parole e molti esempi:

Paradossi d’Italia. Sapete qual è il museo di arte moderna più visitato della penisola? Un’istituzione americana: la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia. E qual è il secondo museo veneziano, dopo Palazzo Ducale? Idem, la Guggenheim, con 385 mila visitatori nel 2013. Davanti – incredibile – a due potenze turistiche come il Museo di San Marco e le Gallerie dell’Accademia. La Collezione sul Canal Grande, per dire, stacca 136 mila ingressi annui in più della Pinacoteca di Brera, 270 mila in più di Capodimonte a Napoli. Un caso? No. Dietro a un risultato c’è una strategia. E dietro a una strategia, una testa (e una squadra). Trattasi di un londinese educato a Cambridge, Philip Rylands, 63 anni ben portati, elegante sul classico. È direttore della Guggenheim dal 2000 ma anglo-veneziano da decenni, studioso e conoscitore del nostro Paese da Palma il Vecchio a Mimmo Paladino. Senza essere mai stato a Pompei. E senza ricordare tutti i nomi, non di rado irrilevanti, dei nostri ministri dei Beni culturali. Sui paradossi italiani “l’Espresso” lo ha intervistato.

Mr Rylands, numeri notevoli i vostri qui a Venezia. Cosa c’è dietro: lavoro, qualità, debolezze altrui?
«Tutto parte dal contenuto. Il cuore è la qualità delle collezioni di Peggy Guggenheim. La seconda ragione è una strategia attiva: mostre temporanee, programmi di formazione, laboratori per bambini, molta comunicazione. I visitatori ritornano sia per i loro vecchi amici, i capolavori di Peggy, sia per la freschezza delle novità: ora, per esempio, la mostra “For Your Eyes Only”, un’importante collezione privata svizzera mai vista in Italia. Il terzo elemento è la bellezza dei giardini, il nostro sculpture garden. La nostra formula è la dualità: permanente e temporaneo, interno ed esterno».

Non tutti i musei, in Italia, colgono questo punto della dualità. Due numeri, intanto, per capire. Qual è il rapporto tra visitatori italiani e stranieri? Quanto è cresciuto il patrimonio di opere?
«Circa 20 per cento italiani, 80 per cento stranieri, di cui un quarto sono americani. Le collezioni constano oggi di circa 500 opere. Esponiamo anzitutto la collezione di Peggy Guggenheim».

Voi siete non profit. Quanto delle vostre entrate annuali è coperto dalla biglietteria?
«Il 57,5 per cento. Il 14 per cento viene da contributi privati».

Venezia va bene, ma la galassia Guggenheim è complessa. La sede di Berlino ha chiuso, quella futura di Abu Dhabi è un processo travagliato. Quanto siete indipendenti da New York?
«La strategia della Foundation è internazionale e policentrica. Bilbao è un successo, ma ha una missione diversa. C’è un progetto per Helsinki. Solo Venezia, con New York, è al 100 per cento della fondazione, senza partner esterni».

Mr Rylands, è curioso che la Fondazione Pinault, sempre osannata dai media, tra Punta della Dogana e Palazzo Grassi faccia molto meno incassi di voi…
«Come posso dire? Noi abbiamo un vantaggio: la tradizione. Peggy aprì il museo nel 1951, e la sua figura ha un’aura carismatica. Secondo: noi offriamo nomi mitologici, Picasso, Dalì, Pollock, i surrealisti, che tutti conoscono. Non era così quarant’anni fa, allora eravamo nella stessa situazione di Pinault. Gli anni passano anche per educare il pubblico. Per molta gente l’arte contemporanea è ancora ostica».

E si direbbe sovraesposta, nei media italiani, rispetto ai suoi numeri reali.
«In un certo senso, sì».

Il moderno, alla fine, attira più del postmoderno. Non tutti lo ammettono.
«Far conoscere il contemporaneo richiede tempo. Ma è vero che i classici del moderno tengono bene. Spesso attirano più dei classici antichi. Basta vedere le mostre monografiche in varie città italiane: Warhol, Picasso, Klimt, Kandinsky, Pissarro. Tutti modernisti. È un codice che ancora funziona. Pinault si muove in un’area più rischiosa, ma l’uso di Punta della Dogana dimostra che l’offerta culturale di Venezia ha integrato sia il moderno sia il contemporaneo. Una volta c’era solo la Biennale; che ormai, dai Giardini e dall’Arsenale, ha invaso l’intera città. Notevole. Adesso mi aspetto molto dalla Biennale Architettura ideata da Rem Koolhaas».

Cosa pensa di due istituzioni recenti come il Maxxi a Roma e il Museo del Novecento a Milano?
«Non sono paragonabili. Il Museo del Novecento ha una magnifica collezione italiana, e noi sentiamo di avere molto in comune con loro. Il modello Maxxi è più vario e trasversale, è una opera iconica e una vera novità per Roma».

In molti nuovi musei l’architettura espressiva del contenitore non rischia di distrarre dal contenuto?
«È vero, il rischio c’è».

Qualche novità italiana che l’ha colpita?
«Per esempio mi hanno sorpreso le Gallerie d’Italia a Milano, le collezioni bancarie esposte in piazza Scala. Ma quel che mi stupisce di più è il calendario di mostre, spesso di qualità, in tante città medie e piccole: a Padova, Rovigo, Ferrara, Bologna, Forlì, Mantova, Vercelli. È la forza del policentrismo italiano. In Inghilterra e Francia questa offerta non c’è, sono ancora accentrate sulle capitali».

La Galleria nazionale d’arte moderna a Roma, con il suo patrimonio di opere, è solo al 55° posto nella classifica dei musei 2013. Nel cuore di Villa Borghese. Deludente.

«In effetti. La questione pubblico-privato è complessa. Noi a Venezia abbiamo spesso avuto in passato contributi dalla Regione Veneto. Ora siamo indipendenti da aiuti pubblici, pur gestendo un edificio vincolato. Il nostro budget annuale è di 6,5 milioni: certo se avessimo un aiuto da un ente locale sarebbe apprezzato. Siamo liberi di interagire con i nostri partner, le Intrapresæ Collezione Guggenheim, una ventina di aziende che ci aiutano a finanziare spese variabili e mostre temporanee, insieme alla banca Bsi. Io posso pianificare oggi una mostra per il 2017. Nei musei statali magari il budget è approvato in aprile e va speso entro dicembre: il che esclude una programmazione di lungo termine».

A proposito di sponsor: modelli diversi. Ferragamo paga il restauro di otto sale degli Uffizi come atto di liberalità, senza chiedere benefici immediati; Della Valle finanzia i restauri del Colosseo, certo più onerosi, ma con una forte enfasi sul ritorno d’immagine. Qual è preferibile?
«Mi vuol mettere in imbarazzo? La risposta sta a metà. Un modello di sponsorizzazione deve basarsi sullo scambio, sul do ut des. È corretto garantire speciali benefici alle imprese sponsor: dalle serate riservate alla deducibilità fiscale».

È sconsigliabile ricoprire i ponteggi del Colosseo con affissioni di scarpe Tod’s?
«Dico solo che non tutto è comunicazione. C’è dell’altro: la partecipazione. Il business guarda alla cultura, la cultura al business. Spesso c’è invidia, ma entrambe le parti ne beneficiano. I manager acquisiscono una vetrina su un nuovo mondo, per loro è vantaggioso».

Ragionamento olivettiano.
«Se vuole… Aprirsi a mondi esterni è un bene. Alla Collezione Peggy Guggenheim, ad esempio, non esponiamo i marchi degli sponsor, ma garantiamo loro l’esclusività merceologica: una sola impresa di orologi, una sola di mobili, per capirci. Certo, una buona dose di filantropia è importante che ci sia».

Il ministro Franceschini, nel recente decreto legge Cultura e turismo, introduce l’Art bonus. Il privato disposto a una donazione per il restauro di un bene artistico potrà contare su un credito d’imposta del 65 per cento in tre anni. Può essere utile secondo lei?
«Credo molto in questo tipo di agevolazioni fiscali. Trovo che sia una formula democratica: il privato decide cosa sostenere e il governo rinuncia al 65 per cento dell’introito fiscale sul 100 per cento donato. Mi auguro solo che non ci siano troppe restrizioni che vincolino questo Art bonus. Scoraggerebbero la volontà dei privati a sostenere i beni».

I capolavori possono viaggiare? È opportuno che i Bronzi di Riace vengano prestati all’Expo 2015?
«Sono simboli della classicità mediterranea. Prima di mandarli all’Expo chiederei un parere scientifico al conservatore, e, nel caso, perché no».

Mantenerli a Reggio Calabria, città periferica e in crisi turistica, avrà senso anche in futuro?
«Diciamo che quella è, in senso filologico, la loro area di appartenenza».

Lei è un vero diplomatico. Se potesse dirigere un museo italiano quale sfida le piacerebbe?
«Preferibilmente un museo privato».

La colpisce che ogni anno l’Italia s’inventi un ministro dei Beni culturali?
«Sì. Cosa posso dire? Non vado così spesso a Roma».

È una fortuna?
«No di certo: io adoro Roma. Devo dire, però, che mi incuriosisce cosa sta succedendo a Milano: Palazzo Reale, Novecento, Hangar Bicocca, Triennale, il prossimo Museo delle culture, la Fondazione Prada. Clima vivace».

È vero che non è mai stato a Pompei?
«Sì. Non ho esperienza diretta, ma mi colpisce un altro paradosso: più visitatori riceve, più diminuisce l’area visitabile. C’è comunque una forma di schizofrenia della classe dirigente italiana…».

In che senso?
«Quella frase, sempre ripetuta, che l’Italia possiede il 50 o il 70 per cento del patrimonio artistico mondiale mi pare un luogo comune. Altrimenti come si spiega che i Beni culturali sono la Cenerentola dei ministeri di ogni governo? Questo è il Bel Paese di Leonardo, Caravaggio, Tiepolo, Veronese. I Beni culturali dovrebbero essere un ministero chiave, con un budget tra i maggiori in assoluto. Ma c’è un’altra cosa che veramente non capisco».

Confessi, Mr Rylands.
«La devastazione dei graffiti sui muri delle città storiche. Una cosa atroce, che si potrebbe affrontare e risolvere in pochi mesi. Il perdurare degli orribili graffiti è uno degli ultimi misteri d’Italia».

Musica in campo lungo

Joni+Mitchell+joni05Poco fa pensavo al modo migliore per iniziare a scrivere questo post. Come sempre mi ponevo delle domande: se fossi vissuta ” deprivata ” da ogni forma di arte visiva, se la mia esperienza di vita non avesse compreso l’amore per il cinema e per l’arte, come sarebbe stata la mia percezione della musica? A quale immagine visiva avrei potuto fare riferimento, a quale ” creazione ” appigliarmi per dare un corpo alle note musicali, alle canzoni? – anche se le canzoni sollecitano altri canali di percezione legate alle parole, a quello che le parole possono raccontarti, a quello che le parole possono donarti in termini di emozioni.  E non so neppure se il possedere un discreto bagaglio di immagini possa essere un handicap nella fruizione della musica fine a se stessa; nel Settecento la musica da camera a cosa faceva pensare? Le note alate di Vivaldi imitavano la natura e dunque comunque si riferivano ad immagini reali, già patrimonio vitale di quelli che potevano ascoltare Vivaldi. Speculazioni. Perché tutto questo discorrere tra me e la mia testa altro non è che il risultato dell’aver letto una notizia – i settant’anni di Roberta Joan Anderson altrimenti detta Joni Mitchell, AUGURI splendida signora del Canyon! Dopo tanto ho riascoltato Hejira, un disco che ha accompagnato la mia esistenza per più di una mezza esistenza. Perché era musica da non consumare, quella, musica che non si è consumata sicuramente. Allo prova del tempo si ascolta ancora con grande interesse – il mio, per forza! Ho così tanto amato e amo questo disco, questa donna, da ricordare anche oggi, a distanza di anni – posto il cd nel lettore, nel pomeriggio – l’attacco di Coyote, le parole, il fraseggio del basso di Jaco Pastorius dei Weather Report – geniale! – e il giro di armonica di Neil Young in Furry sings the blues e le parole cantate come poesia – poesia anche le parole, ricerca misurata di parole-immagini-emozioni. Che cosa hanno inventato le giovani cantautrici, oggi, che lei non avesse già cantato e musicato, allora? Il disco è il viaggio, ha le note e l’atmosfera di un viaggio di ampio respiro, di un viaggio in campo lungo cinematografico – ecco le immagini di cui dicevo prima. Lei è una donna libera, che racconta se stessa e la sua esperienza, viaggia senza timore, la sua musica e la sue parole sono una sorta di pellegrinaggio intimo, la messa in chiaro di emozioni contrastanti, la voglia di libertà è dominata dalla ricerca di un amore di cui vive l’entusiasmo iniziale, la sofferenza e l’amarezza, fino alla solitudine nuovamente. Lunga vita alla musicista e alla donna.

Sto viaggiando in una qualche macchina, seduta in qualche bar, un disertore di guerre inutili che distruggono l’amore. C’è consolazione nella malinconia, non c’è bisogno di spiegare: è naturale come il cielo triste di quest’oggi. Nel nostro possessivo stare insieme, non poteva essere espresso molto. Così ora sto tornando a me stessa, alle cose che tu e io abbiamo represso. In ognuno ritrovo qualcosa di me, proprio in questo preciso istante dell’universo, come candide pieghe, merletti svolazzanti attorno ad un abito di ragazza. Sai non è mai stato facile combattere o rinunciare, sia che tu percorra gli estremi in tutta la loro ampiezza o che tu continui sempre dritto per la tua strada. Ora una donna e un uomo siedono su una roccia: si scioglieranno entrambi o geleranno. Ascolta… musiche di Benny Goodman attraverso la neve e i pini. In ogni poro di me una febbrile ansia di viaggi. Ma sai, sono contenta di starmene da sola. Eppure qualche volta il più lieve sfiorarmi di un altro riesce a pervadere di fremiti le mie ossa. Lo so, nessuno mai mi mostrerà tutto: tutti veniamo e andiamo sconosciuti, ognuno così profondo e così superficiale, tra il forcipe e la tomba… ( Hejira – Joni Mitchell – 1976 )

L’origine del mondo che fa discutere

Ne ha parlato Sgarbi martedì sera a  Niente di personale di Antonello Piroso. La domanda del giornalista è stata ” Il mistero della nascita. Il legame con la madre. Lei è un mammone? E perchè è contrario alla paternità ? ” Come di consueto alla questione è stata associata una immagine. Nello specifico si è trattato del quadro di Coubert che tanto scandalo e tante discussioni sta sollevando. Sgarbi ha risposto con la sua solita logica surreale ed opportunistica, per quel che riguarda la paternità, mentre ha dato dei cenni sul quadro scandalo L’origine del mondo del 1867 dipinto dal realista Courbet. Esposto al Mart di Rovereto in questi giorni, L’origine del mondo fa discutere per l’attenzione che viene posta verso le cose che sono considerate come attinenti ad una sfera inviolabile, coperta da forti tabù, da una parte, e se violata posta in una condizione pornografica. E’ il discorso che ho affrontato nel post precedente la grande muraglia delle mandorle. Dipende da come ci si pone nei confronti di una immagine, di un’opera d’arte. Ai tempi di Coubert dipingere, come lui faceva, donne discinte era rivoluzionario; era porre una cesura tra la pittura accademica che proponeva, quella sì, pornografia ufficializzata buona per sollecitare la pruderie dei benpensanti e una rappresentazione franca ed esplicita di parti o di un tutto di donna, pura e nuda, senza la mediazione borghese e cattolica dei pittori serventi. Lo stesso assunto si pone adesso. Meglio un nudo dipinto esplicito diretto, come un pugno allo stomaco, che un nudo parzialmente velato ma ammiccante e volgare? Come donna mi sento più rappresentata da una origine del mondo, che dall’origine della volgarità che mercifica il corpo delle donne.