Le donne della mia vita

harem-suare_144580A. dolce e affettuosa amica, mi ha regalato per Natale Rosso Istanbul  di Ferzan Ozpetek, un romanzo che ha il sapore dell’autobiografia senza esserlo. Il libro, in terza pagina, riporta un aforisma tratto da Harem Suarè, il secondo film del regista. Dice:

Non dimenticate mai che la cosa più importante non è come vivete la vostra vita. La cosa che conta è come la racconterete a voi stessi, e soprattutto agli altri. Soltanto in questo modo, infatti, è possibile dare un senso agli sbagli, ai dolori, alla morte.

Se penso al racconto di una vita, una qualsiasi, mi vengono in mente solo donne: mia madre, le sue sorelle, la nonna materna, alcune zie. Avevano il dono del racconto – quelle ancora in vita continuano a raccontare – e sapevano affascinare con parole semplici. Il racconto degli sbagli, dei dolori e della morte diventava, nel loro dire, una favola a volte amara, sempre piena di compassione verso chi aveva sbagliato, una tolleranza affettuosa che aveva radici nel quotidiano superare gli ostacoli, nella caparbia volontà di farcela, nonostante tutto. Ogni banale evento famigliare assumeva il tono e il colore di una saga d’altri tempi, dove i nomi e le appartenenze a questa o a quella famiglia rimanevano impressi nella mia memoria di bambina per l’uso di denominare con soprannomi curiosi, dall’origine sconosciuta, uomini burberi, altre donne invise, accostando al loro aspetto nomignoli buffi che facevano pensare ad un aperto dileggio, ma che in fondo servivano solo all’utilità del raccontare. Raccontavano per il gusto di farlo, senza essere consapevoli per le emozioni che riuscivano a suscitare con il loro dire, per le immagini che riuscivano ad evocare nella mente di chi sentiva. Da loro ho imparato l’arte dell’ascoltare e soprattutto il gusto del raccontare. Per quanto ordinarie tutte le vite andrebbero raccontate; mi piacerebbe un giorno scrivere di loro, perché non si perdano le loro tracce e la loro storia.

E’ Carnevale… ogni scherzo vale!

A Carnevale è possibile trasformare l’antipatia, per la supponenza di una collega e la maleducazione di un alunno, in una piccola vendetta verbale così, tanto per ridere.  😀

antoine_lavoisier< Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma… > Detto questo Quella di matematica si afflosciò sulla cattedra, come una mongolfiera alla fine della corsa. < Azz, allora è vero che le scienze uccidono! > Fu il pensiero di Porcaro Giuseppe, pluriripetente, numero 13 dell’elenco alunni della seconda effe. Si fiondò alla porta. < Bide’, bide’, Quella di matematica è morta! > Il signor Savino, bide’ ma non ancora bidet, con l’aplomb tipica di quelli che facevano parte della categoria dei bidelli, si affacciò sull’uscio della classe. Alla vista di Quella riversa sulla cattedra, tra gli alunni che si mantenevano a debita distanza – è vero che sembrava morta, ma Quella di matematica incuteva terrore anche da morta! –  venne mosso da un impeto inusuale e avvicinatosi in gran fretta chiamò: < Professore’, professore’… > scuotendola per un braccio, poi allarmato disse a Porcaro Giuseppe: < Vai in segreteria e fai telefonare al 118! > Nel frattempo le colleghe di Quella, sentito il trambusto, s’erano affacciate anche loro. Cercarono di calmare i ragazzi mettendoli a sedere, ma lo sgomento prese corpo. < Mettiamola giù! > disse Religiosa < Ma che sei scema? Ti vuoi far venire un’ernia? > aggiunse Italiano < Grossa com’è?  > – l’emozione le aveva fatto venire una serie di affermazioni sincopate e piene di punti interrogativi, peggio di un singhiozzo! In effetti la stazza di Quella era da Gran Premio, anche i medici del 118 stentarono a sdraiarla. Reagiva agli stimoli – morta dunque non era – ma aveva un che di strano nello sguardo, una fissità anomala e distratta negli acuti occhi azzurri – capaci di sgamare un copiaggio anche a distanze inaudite! – che fece venire i capelli ritti ai presenti. Annacondia Carmela , la cocca di Quella, cominciò a lamentarsi < Mado’, Mado’… > quando Porcaro Giuseppe le diede una gomitata per zittirla < Magari mo’ ce ne andiamo a casa! > pensò quest’ultimo. Così, fatto strano per l’ onorata scuola , gli alunni sciamarono verso casa dopo che il Preside, disorientato quanto lo erano stati gli alunni di Quella, aveva decretato il ritorno ai patri lidi. Il giorno dopo però, Porcaro Giuseppe ebbe modo di intristirsi, primo perché aveva perso la scommessa con Pansini Riccardo – il primo sosteneva che non ci sarebbe stata una supplente e invece, puntualmente, c’era un’altra Quella a sostituire la “ morta “ – e secondo Quella che sostituiva iniziò subito ad interrogarlo: < Chi è Porcaro Giuseppe? > – e che cavolo, le notizie correvano nella scuola, appena arrivata una nuova aveva subito voglia di conoscerlo! – < Io, ‘ssore’, perché? > < Porcaro, dimmi dove eravate arrivati in scienze > E lo chiede a me? pensò…  < Ah sì, quello come si chiama Luavasiè, che non si distrugge, manco fosse Jeeg robot d’acciaio! > < Porcaro mi avevano detto della tua spiritosaggine, ma non pensavo arrivasse a tanto! Ti riferisci senz’altro al famoso aforisma di Lavoisier:  ” Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma ” >  Pronunciate le fatidiche parole anche Quella che sostituiva ebbe un malessere del tutto simile alla sostituita. Porcaro Giuseppe stentava a credere ai suoi occhi – manco fosse un novello Tommaso apostolo! < Bide’, bide’!! > Stavolta il grido fu univoco, tutta la classe si riversò nell’atrio della sezione effe, impaurita per l’altra morta! Stessa procedura del giorno precedente e tutti a casa. Tuttavia il cervello di Porcaro Giuseppe si rifiutò di credere all’evidente coincidenza –  casuale, per carità! dove s’era mai visto che un aforisma tramortisce? – tuttavia, il tarlo era tratto e Porcaro Giuseppe aveva iniziato a fare ragionamenti speculativi del tutto eccezionali per uno che si professava ignorante per vocazione. < Vuoi vedere che la frase di lavacoso riesce ad ammazzare pure Italiano? Mo’, domani ci devo proprio provare! > sentenziò. Ma il giorno dopo fatta la prova e costretta Italiano, con l’inganno, a ribadire il concetto scientifico non ottenne nessuna trasformazione, tutt’altro. Italiano vista la buona volontà pensò bene di interrogarlo sulla Rivoluzione Francese – in fondo erano in tema – ma lui sapeva solo di persone quasi morte, su quelle realmente morte e nel 1700 poi! non ne voleva sapere proprio. A casa decise di usare il computer, invece che per giocarci come era uso e abuso, per fare una ricerca su quell’accidente di Jeeg scienziato. Si connesse e aprì Wikipedia. Subito dopo aver letto Antoine-Laurent de Lavoisier si trovò a pronunciare < Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma… > Si accasciò sulla scrivania, attonito e stupito dalla grandezza di quella affermazione che aveva fatto di lui una statua di sale, ma finalmente sapiente.

La madre di Porcaro Giuseppe ritrovò il figlio in quello stato, qualche ora dopo. Dopo aver visto sul computer quale era stata l’ultima ricerca di suo figlio, disperata gli disse: Era meglio che rimanevi ignorante! Non ebbero modo, entrambi, di leggere quanto era scritto tra le note a pie’ pagina: A chi gli faceva osservare che Lavoisier era uno scienziato, il giudice Jean-Baptiste Coffinhal, Presidente del Tribunale Rivoluzionario che lo mandò alla ghigliottina rispose: «La révolution n’à pas besoin des savants» (La rivoluzione non ha bisogno di sapienti).

S’i fossi foco…

Cecco Angiolieri dissacrando il mondo che lo circondava aveva introdotto il seme del rimuginare a vuoto – altrimenti detto caxxeggio – quando ogni pensiero trova una sua ragione d’essere nell’ipotetico: se fossi. Ora, non è che mi sia messa a fare uno studio comparato sulla poesia goliardica toscana, bensì ho appena terminato la lettura dell’ultimo post dell’ effervescente camionista Farnocchia, che ispirata a sua volta da un contest culinario di Jul, ha immaginato un ipotetico scenario in cui ha trasformato se stessa in un piatto di agnolotti, un libro, una trasmissione televisiva e via elencando. La Quaresima porta a pensieri dimessi, ma il pensare lieve non porta danni. Sicchè:

Se fossi una scrittrice sarei Virginia Wooof. Strano vero? La Woolf è stata la prima lettura importante dopo Cesare Pavese e la Fallaci. Di Virginia conosco praticamente ogni opera e apprezzo ogni suo scritto. Accetterei anche le tasche piene di sassi. 

Se fossi un albero sarei un arancio. Illuminata dal colore dei frutti tra il verde ceroso delle foglie. In certi periodi dell’anno sarei vestita a festa con frutti e fiori profumati nell’aria dolce della primavera. 

Se fossi una cantante sarei Joan Baez. Per la sua grazia come persona a settant’anni. Per la grazia della sua voce, ancora, a settant’anni. Per le battaglie a favore dei diritti civili, per la sua vita piena di ricordi e di persone. 

Se fossi un libro sarei Foglie d’erba di Walt Withman, per la grande emozione che mi dà leggerne ogni sua pagina, ogni sua poesia.  Perchè contiene il mio epitaffio. 

Se fossi una canzone sarei innumerevoli canzoni, una fra tante Hey Jude dei Beatles. Quando Paul dà l’attacco con la voce e le note piene del pianoforte mi parte regolarmente il brivido lungo la schiena. E il coretto finale, dove lo mettiamo?

Se fossi una tamburellista rock sarei  Red Headed Woman/Patti Scialfa. Non so se lo faccia ancora, ma all’epoca il suo bel Springsteen non lo mollava neppure un minuto!

Se fossi un abito sarei un saree indiano. Vestirsi con una lunga striscia di seta colorata richiede abilità e grazia, tutto quello che le donne indiane possiedono naturalmente. E io, forse, no. 

Se fossi un dolce sarei un millefoglie. Non troppo zuccherino, con la sfoglia croccante cosparsa di zucchero a velo vanigliato. 

Se fossi un film sarei Via col vento. Per tutte le volte che l’ho visto, per le innumerevoli battute che conosco a memoria, per quella perla: Dopotutto domani è un altro giorno!

Se fossi una insegnante sarei quella di sostegno. Quella che sono nella realtà, perchè stare con i ragazzi mi piace e spesso il piacere è reciproco.

Se fossi un politico sarei Antonio Gramsci, compresa la prigione. 

Se fossi un quadro sarei l’Autoritratto con la pelliccia di Albrecht Durer, per la bellezza assoluta del ritratto, per quegli occhi febbrili, i capelli fluenti, la bocca carnosa e silente.

E voi, se foste…