Santa ( ! ) Settimana

CC8EA341-CEB0-4838-AD70-B555D9572F56via Santa ( ! ) Settimana

( scritto nel 2012 con la solita allergia prefestiva e postfestiva, ripropongo questo vecchio post pari pari, chè tanto, alle feste, le persone reagiscono nell’unico modo che conoscono, acquistando cibo e mangiando! )

Era quella una lunga settimana di penitenza e di digiuno, non si giocava a carte, non si suonava musica che incitasse alla lussuriao all’oblio, e si osservava, nei limiti del possibile, la maggiore tristezza e castità, nonostante proprio in quei giorni il pungolo del demonio tentasse con più insistenza la debole carne cattolica. Il digiuno consisteva in mordide torte di pasta sfoglia, in saporiti fritti di verdura, in soffici frittate e in grandi formaggi portati dalla campagna, con i quali le famiglie ricordavano la Passione del Signore, guardandosi bene dall’assaggiare neppure il più piccolo boccone di carne o di pesce, sotto pena di scomunica, come ripeteva padre Restrepo. Nessuno avrebbe osato disubbidirgli. ( La casa degli spiriti – Isabel Allende )

Ti viene da pensarci eh, alle restrizioni alimentari della settimana santa di altre stagioni, quando capiti nel solito sabato al solito supermercato e ti accorgi che è festa. Di fronte alle pile di cibo ” scaffalato “, alle bottiglie di salsa ammucchiate dal rosso concupiscente la signora dice: Ma costavano meno la scorsa settimana! 😦 Già, costavano meno e la scorsa settimana non era neppure il preludio di Pasqua e il fastidio di sgomitare tra folli presi dal panico della festa, neppure se il giorno successivo dovesse scoppiare una guerra,  neppure quello era nell’aria. Ma si sa, domenica delle Palme e Pasqua vanno santificati. Col cibo ( ?! ) Buona domenica delle Palme, praticate la pace, oggi è d’obbligo! 😀

Piccole donne

Millet, Jean Francois (1814-1875): The Gleaners Paris Musee d’Orsay *** Permission for usage must be provided in writing from Scala.

Le donne che sono state, nella mia famiglia, parte attiva di un mondo che non è fatto di sola casalinghitudine, sono il mio continuo monito, esempio lineare di comportamento. Nonna Rosaria, madre massima, donna di tantissimo carattere e di decisioni estreme e irreversibili, sposò giovanissima un orfano, altrettanto giovane e soprovveduto, che le fece fare dieci figli. Figli non tutti maschi, figlie anche, da sorvegliare e da sistemare in maniera adeguata. Il marito, mio nonno, partì per la guerra d’Africa, e lei che di figli aveva esperienza cominciò ad aiutare altre donne a partorire, si proclamò ostetrica pur non avendone titoli, ma per competenza. Fece da balia a tanti bambini del paese, fece la contadina aiutando sua madre, la bisnonna, che era esperta e pratica di mezzadria e comandava su uno stuolo di aiutanti, mestiere che praticò in mancanza d’uomini tutti impegnati nella “ sacralità “ di una guerra che ne lasciò parecchi morti o dispersi. Le figlie di Rosaria, mia madre e le sue sorelle, non ebbero modo mai di oziare in casa, che nella casa di mia nonna c’era sempre uno stuolo di bambini più piccoli da accudire, un terreno da andare a spigolare, un orto da zappare, una tela da tessere o ricamare – quest’ultime attività erano state il grande “ privilegio “ concesso a mia madre, di costituzione “ delicata “, inadatta alla vita dei campi come la sorella più grande. Mia madre sposò un uomo che venne da lontano, almeno per la misura del tempo, mio padre. Insieme si “ inventarono “ un mestiere, un commercio, affidato ad una ragazza di paese che non sapeva nulla del mondo, che praticò per tutta la vita con l’indole della ribelle, con interesse e passione e curiosità. Quando lasciò il suo lavoro costretta  dalla circostanza della sua malattia, quando fu obbligata a non essere parte attiva di quel mondo che aveva creato dal nulla, cominciò a morire disperandosi per non poter più essere la donna che era stata. Intorno a me ho sempre avuto loro, la mia fonte inesauribile di esempi concreti. Non ho mai pensato a me stessa come ad una persona che doveva dipendere da qualcuno, uomo padre o marito che fosse. Da piccola vedevo mia madre lavorare e provvedere in ugual misura a tutti noi in famiglia, mille cose da fare tutti i giorni, e mi “ faceva strano “ veder passare per strada l’amico di mio padre che invece, con una moglie casalinga, si recava a fare la spesa disponendo dei mezzi economici adeguati per farlo, ma impedendo di fatto che fosse la moglie a decidere gli acquisti da fare, il cibo da mangiare, una sudditanza dettata solo dalla dipendenza economica e sociale, dalla mancata emancipazione di una persona nata  “ disgraziatamente  “ femmina in un mondo volto al maschile. Pensavo a tutte le donne che ho amato, a tutte le donne che avrebbero voluto costrette e limitate e invece, per una serie di circostanze non lo sono mai state. Pensavo a questo disgraziatissimo reflusso di idee, del ritorno al mondo di una mentalità gretta che vuole le donne sottomesse a ruoli di comprimarie, del voler ad ogni costo reprimere e soffocare ogni indipendenza femminile da parte di maschi che hanno disprezzo per le loro compagne, che ripetutamente violentano in mille modi, che ripetutamente uccidono. Pensavo a quante donne non credono in quello che sono e in quello che fanno o che tentano ogni giorno di fare, perchè c’è qualcuno che dice loro che se sono state violentate è da verificare se non si tratta di un fenomeno di isterismo, che il loro ruolo sociale è quello di procreare a tutti i costi e se chiedono tutela politica perchè un maschio, di cui si sono fidate, le ha sbeffeggiate pubblicamente mettendo in piazza i loro affari privati,  be’ cosa vogliono, se la sono cercata. A questi pensieri mi dico, allora, fortunata.  Fortunata dell’essere nata da una generazione di piccole donne forti, fortunata dell’essere quella che sono, la nipote di Rosaria, la figlia di mia madre.

Fetus

 

 

 

 

 

 

Moltissimi anni fa, prima dell’avvento di Google e delle mille propaggini internettiane che ti aiutano nella buona e nella cattiva sorte, insomma prima di tutto ciò, mi feci abbindolare da un annuncio comparso su uno dei giornali a fumetti o qualche altra rivista, non ricordo bene. L’annuncio propagandava la mirabolante vendita di un centinaio, o forse più, di bambole di varie dimensioni non ben specificate. Feci in modo che mia madre potesse acquistare per me, perché ero una mini minorenne e dopo qualche tempo il pacchetto che avevamo immaginato voluminoso arrivò. Con ansia fu aperto da entrambe e ci rendemmo conto di aver preso una solenne cantonata: le bambole c’erano e anche in numero esatto – le contammo! – però andavano, in dimensione variabile, da un centimetro a tre scarsi. Insomma erano in tutto e per tutto simili a piccoli feti. Non ce la sentimmo di buttar via in un sol colpo una spesa così mal spesa e come due novelle anatomopatologhe stipammo la congrega di pollicine in un barattolo di vetro e lì rimasero fino a quando, in un empito di ordine mia madre decise di epurare le bamboline regalandole a non so quale bambina di sua conoscenza. Mi sono ricordata poco fa del barattolo colmo di bamboline, leggendo la “ lieta novella “ del gadget a forma di feto, distribuito al Congresso Mondiale delle famiglie che si tiene da oggi e per i prossimi tre giorni a Verona. I feti di plastica vengono donati per ricordare alle donne “ distratte “ di non abortire: è la santa famiglia che vuole essere glorificata anche attraverso la nascita di figli non voluti, di figli estorti. Se avessi saputo allora che un ricordo, tutto sommato innocuo e divertente, sarebbe stato insidiato così tanti anni dopo da una tale strumentale e volgare speculazione, le avrei buttate subito le mie pollicine, per farle entrare nel limbo delle cose da non ricordare, così come questo delirio veronese è da cancellare dalla memoria della nostra storia comune.

Happy birthday, little boy

L’occhio del poeta oscenamente vede
la rotonda superficie del mondo
coi suoi tetti ubriachi
oiseaux di legno sui bucati
e maschi e femmine di argilla
con gambe di fuoco e petti in boccio
su letti a muro
e alberi pieni di mistero
e parchi della domenica e statue mute
e la sua America
con le città fantasma e le deserte Isole Ellis
e il suo paesaggio surrealista di
praterie senza pensiero
sobborghi da supermercato
cimiteri scaldati dal vapore
giorni sacri da cinerama
e cattedrali della protesta
un mondo sterilizzato di sedili plasticati da toelette tampax
e tassì
cowboy smidollati e vergini di Las Vegas
indiani diseredati e fanatiche del cinema
senatori non-romani e non-obiettori di coscienza
e tutti i fatali sparsi frammenti
del sogno avverato dell’immigrante
smarrito
tra i bagnanti al sole

Lawrence Ferlinghetti   “ Coney Island della mente “

Core de mamma

Noi mamme siamo convinte, convintissime a volte, che il nostro smisurato amore per i figli sia il   lasciapassare per possibili, ma spesso e volentieri impossibili, azioni da intraprendere verso il mondo intero, perché no? affinché i frutti dei nostri lombi possano avere la miglior vita possibile, tutto il bene che c’è, senza lasciarci niente indietro, intorno, in alto e in basso. Sempre rimanendo, però, nel ” senza colpo ferire, senza fare rumore , o quasi sempre. Come dichiarazioni di intenti non è niente male, vero? Be’, convinzione e dichiarazione che possiamo tranquillamente condividere con le apprensive di costituzione e le mamme ebraiche per letteratura. Penso di essere insieme a tante altre una imbattibile mamma italiana, ma vedo questo primato compromesso e minato fortemente da… un’attrice americana, anzi due?!?Le cose sono andate così, la ” Desperate housewife ” Felicity Huffman vuole che la figlia possa frequentare una università prestigiosa. Ambizione di chiunque, certo, e chi non vorrebbe? Ma la Huffman ha tanti tanti dollari e questo è un argomento convincente, ma tanto tanto. Sicché lei ” dona ” i suoi tanti tanti dollari all’uni che dovrebbe accogliere il frutto dei suoi lombi, ma questa operazione – che in Italia si chiama ” mazzette ” e  non ” donazione ” – viene intercettata dalla polizia che mette in prigione la desperate housewife e amen. Stessa faccenda per Lori Loughlin, che francamente non so neppure chi sia – ma da ora in poi sarà catalogata, nel mio database, come ” donna usurpatrice di primati materni “! Meraviglia, certo, l’iniziativa allegrona delle due, intanto perché sono andate in galera – in una nazione, come la nostra, dove non vanno in galera neppure i ladri conclamati e di lungo corso, stupisce eccome! E poi, come si permettono ‘ste mamme americane  di minare primati così ben consolidati da secoli di sana e costruttiva letteratura e pratica? Fino a prova contraria i figli so’ piezz e core solo nelle canzoni italianissime di Mario Merola e dalle parti di Filomena Marturano, perbacco!

Il comune senso della bellezza ovvero se sei brutta non ti stuprano!

Abbiamo disimparato a stupirci, ormai da tempo, ma c’è sempre qualcosa o qualcuno che concorre a renderci consapevoli che c’è sempre da mettere in conto la variabile umana. I fatti: si celebra un processo per stupro,  qualche anno fa nelle Marche. La vittima una ragazza peruviana,  la parte avversa due connazionali il primo coinvolto di fatto, l’altro il palo. Condannati entrambi a qualche anno di prigione, si appellano alla sentenza. I tre magistrati       “ donne “ decidono che non c’è stato stupro perchè la vittima è troppo brutta e mascolina per non essere stata consenziente ad un rapporto sessuale con lo stupratore. La “ brutta “ decide di andare in cassazione e lì si accorgono che le tre magistrate devono aver creduto di partecipare ad un concorso di bellezza piuttosto che ad un processo per stupro. Viene dunque da porsi una sola domanda, perchè? Perchè tre donne che dovrebbero tutelare un’altra donna prima di ogni altra considerazione, decidono invece di denigrarla? Forse convinte dell’essere investite dal ruolo di magistrate “ dure e pure “ decidono di far trionfare una giustizia di stampo maschilista? Oppure a vario titolo imparentate con i condannati decidono di graziarli? – perchè solo una mamma, una zia e una sorella potrebbero essere in grado di giustificare l’ingiustificabile con un “ tanto è brutta! “! La mente dell’uomo è assai complessa e tortuosa nei ragionamenti, quella della donna evidentemente di più. Non c’è da indirizzare che un solo pensiero alle tre delle Marche, vergognatevi!

Non lo fo per piacer mio, ma per dare un figlio a Dio!

Adele Faccio ed Emma Bonino – manifestazione degli anni 70 del Novecento.

Le ragazze che andavano in sposa nell’Ottocento avevano come monito assoluto, sulle camicie della prima notte di nozze ricamato tutto intorno al pertugio praticato ad arte, quello che per gli uomini che le avevano sposate  era una “ garanzia “, per le ragazze stesse il divieto di pensare a sė come corpo in senso stretto. “ Non lo fo per piacer mio “ serviva ad annullare ogni possibile pensiero carnale, semmai ci fosse stato, e quel “ ma per dare un figlio a Dio “ la certezza per gli uomini di continuare la stirpe, una discendenza terrena fatta di figli maschi, se possibile, da pretendere sempre. Dunque erano gli uomini a disporre dei corpi femminili, le donne concorrevano ad assecondare qualcosa che era ritenuto proprietà esclusiva dei padri prima, dei mariti dopo. Passaggi di consegna di una “ femmina “, capretti da portare al macello per un rituale arcaico, una festa pagana per celebrare il “ dio maschio “. È passato del tempo, le donne hanno capito molto, hanno fatto tanto per se stesse, ma è cambiato sostanzialmente qualcosa? Se decido di piantare un uomo, compagno o marito che sia, per incompatibilità di carattere, perchè è un uomo violento, perchè mi sono innamorata di un altro uomo, devo aspettarmi di morire per questo? Succede che ci siano “ buone “ possibilità che finisca di vivere per mano “ amica “ perchè da donna non posso decidere di me stessa, perchè non posso essere autodeterminata nella scelta di stare lontana da quell’uomo che mi professa amore eterno e mi uccide. E mi uccidono due volte quando una sentenza della corte d’appello diminuisce la condanna, in termini di pena detentiva, per una “ tempesta emotiva “ dell’uomo che, dopo appena un mese di conoscenza, pretendeva di avere su di me, sul mio corpo, potere assoluto. Succede che se decido di non portare a termine una gravidanza, perchè magari frutto di una violenza carnale o comunque perchè non è quello il momento in cui desidero essere madre, negli ospedali ai quali mi rivolgo ci sono medici maschi obiettori di coscienza, e dunque padroni di decidere che io, quel grumo nel mio grembo, devo farlo diventare un bambino non voluto, non amato perchè non desiderato. Il non essere madre mi trasformerà in una reietta, in una persona non degna di considerazione, perchè sono stata io a decidere di me stessa. Per contro se è un maschio a costringermi all’aborto è accettabile il suo punto di vista, condivisibile da qualsiasi altro maschio. Se sono nata in un paese africano o del medio oriente, il mio destino sarà quello di una donna mutilata, i miei genitali ricuciti, evirati, ridotti,  per rendermi “ controllabile “ sessualmente. Esempi limite? Non direi, basta guardarsi intorno, basta leggere la cronaca quotidiana. Il diritto e la libertà di scegliere in autonomia tutto quanto riguarda il proprio corpo è un diritto fondamentale e inalienabile, che qualsiasi essere umano dovrebbe avere. Autogovernare se stesse, la propria persona, senza che ci siano maschi padroni, padri e mariti e compagni a decidere per te dovrebbe essere l’imperativo per tutte le donne, giovani o vecchie che siano.

Per approfondire:

La battaglia tutta al femminile per la body autonomy non smette di dividere (anche sui social)

Why body autonomy is The future of feminism