Il Patatoso

Presa da furor sacro – simile a quello che muoveva le gesta della (in)dimenticata Marie Kondo… ve la ricordate, no, quella curiosa signora che aveva come unico obiettivo il KonMari o del riordino felice? – insomma emula dei diktat konmareschi mi sono attrezzata a far diventare carta da macero un bel po’ di circolari scolastiche vetuste come il cucco, agende che ricordavano le guerre puniche – esagero, suvvia! – e altre reminiscenze in formato carta scritta. Nel separare i fogli usati di un’agenda del 2014, da quelli buoni per fare i pizzini, in fondo alla pagina del dieci marzo trovo scritto “ Sei brutta Sei propio tu “. L’autore del piccato giudizio, il Patatoso! Che tenerezza nel ricordarlo e che carattere il mio dolce D.!
Ad ogni mio invito a fare secondo una regola, mi opponeva regolarmente una volitiva negazione e quando non riusciva a spuntarla, di nascosto mi sottraeva l’agenda e scriveva frasi che dovevano punirmi, Sei brutta, Sei cattiva, salvo poi pentirsi e chiedermi imbronciato di aiutarlo a fare qualcosa, in segno di rappacificazione. Di lui ho parlato molte volte nei post del 2014. Quello fu il suo ultimo anno di scuola media e aveva tredici anni, adesso, fatti due conti, ne ha ventuno. Un adulto che la società condanna ad un’eterna adolescenza senza che possa in autonomia cercare casa, pensare ad un futuro condiviso, così come è capitato a Milano qualche giorno fa.
La diversità spaventa, in qualsiasi modo si manifesti, ancora di più se si svela in maniera apparente, così da costringere i molti a fare confronti e paragoni, in modo da costringere gli stessi molti a rifiutare una diversità che li arricchirebbe. Davvero triste.

2 risposte a "Il Patatoso"

  1. gaberricci 2 ottobre 2022 / 08:39

    Non abbiamo, non abbiamo mai avuto, una società che possa integrare queste persone. Ci accontentiamo di farle sorpavvivere dicendoci che siamo buoni.

    • mizaar 2 ottobre 2022 / 15:08

      È un problema che rimane sempre e solo a spese dei famigliari, per quanto ci siano associazioni che si fanno carico di integrare, le persone disabili, in contesti sociali e di lavoro. Per quello che è la mia esperienza – lunga – neanche in classe, tra pari, si riesce a scalfire l’idea preconcetta “ è diverso da me- per aspetto, per ragionamento – quindi non può appartenere al mio mondo “. A volte non vale neppure il buonismo di pochi per assolvere questa società che ci vuole uniformi. Ci accontentiamo di farli vivere, come hai detto tu, per compiacere noi stessi, purtroppo.

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