Nadia

Fu il caso che combinò la nostra conoscenza. La pensione in cui eravamo alloggiate – “Rosa Thea “, romantico nome per definire un posto piuttosto caotico, gestito da una famiglia di friulani affezionati al buon Chianti – affacciava su una tra le tante belle piazze di Firenze, grande e verde di tigli, piazza Indipendenza. Sotto il naso di Bettino Ricasoli un gruppo di ragazzi americani giocava ogni giorno con un frisbee e noi ogni giorno eravamo ferme a guardare, mentre parlavamo del tempo che passava e degli esami, gli ultimi, che ci avrebbero portate fuori da quella piazza e da quel tempo da ragazze. La pensione aveva camere per due persone, due letti, un lavandino e un bidè nascosti da un paravento, un armadio da condividere, un piccolo tavolo per studiare. Io vi arrivai dopo aver cambiato alloggio innumerevoli volte, ormai pronta per tornare a casa di lì a poco. Mi ci portò Maria Grazia, ospite fissa della pensione da tempo. Accettavano, i friulani, solo ragazze, tali eravamo, sembrava di stare in collegio. La domenica si stava tutte assieme in una delle stanze più grandi, a preparare pranzi che non prevedevano cotture, ad ascoltare storie di amori complicati, di amori corrisposti, di amori distanti, di amori comunque. Tu eri la mia coinquilina, Nadia, scelta dal caso. Venivi dall’Iran e come te, allora, a Firenze, ce n’erano tante di ragazze e tanti ragazzi, di famiglie sicuramente benestanti che pensavano così di garantirvi un futuro lontani da un paese dove la situazione politica non era tra le più chiare. Quando ti chiesi di raccontarmi la tua città, Teheran, e dello scià e di come viveva la tua famiglia, prendesti dall’armadio le foto che ti eri portata in Italia e mi mostrasti i tuoi cari, la bella villa dove abitavate, lontani dalla miseria e dal clamore delle proteste contro quello che allora era un regime, ma che non lasciava presagire ciò che sarebbe stato dopo. Eri bella allora, Nadia, lo sarai ancora adesso, ne sono certa. Avevi capelli lunghi e neri, non coperti da veli, vestivi come me, vivevi come vivevo io. Rimaneva, però, il retaggio della tua religione, presente nel guanto di spugna che rimaneva perennemente poggiato sul bidè. Quando te ne chiesi la ragione, mi rispondesti che il guanto ti serviva per lavarti i genitali, ché per religione non potevi toccare a mani nude. Mi faceva un po’ arrabbiare il fatto che avevi l’abitudine di infilare nell’armadio comune i tuoi stivali appena levati, certo non puliti e sicuramente non odorosi, ma bastava aprirlo, quell’armadio, quando tu non c’eri e mi sembrava, quello che facevi, un peccato veniale, da poterti perdonare. Ogni pomeriggio uscivi per andare a studiare, così mi raccontavi, dal tuo ragazzo, un fiero persiano antico nell’aspetto, insieme eravate davvero belli. Un giorno, ricordo ancora il tuo imbarazzo, mi raccontasti che avevi fatto all’amore con il tuo ragazzo per la prima volta, ma temevi di rimanere incinta. Mi chiedesti come fare per non cacciarti nei pasticci, quali anticoncezionali usare, come fare per procurarteli. Di lì a poco ti trasferisti definitivamente a casa del tuo persiano e di te non ho saputo più nulla. In seguito, quando il tuo paese entrò in quella spirale di ossessione maniaco-religiosa che dura ancora e che sembra non avere fine, mi sei sempre venuta in mente. E quando sento di quelle ragazze, così come eravamo noi, e vedo di come sono torturate e uccise e di quanto livore e odio verso le donne persegue il governo di fascisti che il tuo paese ha adottato, vestendosi di un credo religioso che serve solo per reprimere e ammazzare, allora cerco di immaginarti. Mi chiedo se vivi ancora qui, al sicuro, libera di essere te stessa, oppure sei tornata nel tuo paese, se hai una figlia, se lotti perché tu e lei possiate essere consapevoli del vostro destino, senza che altri decidano per voi. Mi piace pensare che tu possa aver continuato a scegliere, come facesti allora chiedendomi di aiutarti, mi piace crederti in lotta insieme alle altre donne, con fatica e terrore. Ché la lotta delle donne è più dura, sotto tutti i cieli, ché quello che le donne conquistano costa lacrime e sangue, sempre.

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