La Shoah raccontata da G.

Jewish Star of David. Jude Cemetery in Cracow Ghetto. Kazimierz district. Poland. Auschwitz and Holocaust metaphor. BYCZESTUDIO VIA GETTY IMAGES

Qualche giorno fa Italiano ha letto in classe un brano tratto da un romanzo incentrato sulla Shoah, così come l’ha vissuta una bambina, la protagonista. Non è stato possibile parlarne il giorno dedicato alla memoria – era domenica –  quindi la lettura è stata rimandata a ieri l’altro. I ragazzi attenti, più o meno, hanno seguito le vicende della bambina rinchiusa nella Risiera di San Sabba a Trieste, prima, poi deportata ad Auschwitz. Il racconto faceva riferimento alle cattiverie dei nazisti, al senso di impotenza dei prigionieri, un racconto “ edulcorato “rispetto alla realtà vera dei campi di concentramento e di sterminio. Italiano ha spiegato, sommi capi  – i ragazzi sono in seconda e la Shoah è programma di storia in terza media – la vicenda storica e umana delle persone internate, ha spiegato la valenza del ricordo e il perchè aveva letto quel racconto. La sua è stata una scelta mirata, compiuta sulla base delle indicazioni più recenti degli storici che “ consigliano “ la “ narrazione “- come è uso dire adesso nei salotti buoni della tv! –  della Shoah più che la visione di immagini o documentari oppure film sulla stessa. Quindi sì, è vero, il racconto avrebbe dovuto catturare l’attenzione dei ragazzi,  poichè parlava di una bambina della stessa età o di poco più piccola rispetto ai nostri, parlava di una realtà che stranamente i più non conoscevano, perlomeno non in quei termini. Alla fine della lettura, ci sono state diverse domande da parte dei ragazzi, qualcuno ha chiesto se fosse possibile fare una ricerca. Italiano ha deciso quindi di assegnare come compito per casa un riassunto del brano raccontato, con delle considerazioni incentrate sulle impressioni ricevute, su quanto era stato detto anche in classe. Ieri tutti volevano leggere il loro “ prodotto “. Anche G. ha chiesto la parola e – augh! – ha detto la sua. Non ricordo di preciso le parole, ma il “ succo “ è stato questo: la Shoah è una vicenda che è capitata tanto tempo fa, che vale la pena ricordare giusto alle scuole medie, poi è inutile ricordare, non serve a niente, perchè ai grandi non interessa, lui stesso non ne è rimasto particolarmente colpito.  Sconvolte ci siamo guardate e Italiano ha commentato a sua volta: G. neppure al peggior negazionista sarebbe venuto in mente un commento così! G. ha fatto spallucce e ha aggiunto: io la penso così!  Qualcuno ha chiesto: Prof chi sono i negazionisti? Cercate sul vocabolario! La risposta di una rattristata Italiano. Ci siamo poi confrontate, con la collega, su quanto accaduto. É chiaro che G. deve aver  “ percepito “ qualcosa a casa, dai discorsi fatti dai grandi deve aver capito quello che ha scritto. Ma noi avevamo fatto altri discorsi, avevamo calcato la mano sul fatto che nei campi i bambini non riuscivano a sopravvivere, erano i primi a morire, a meno che non erano parte di un qualche crudele esperimento. Avevamo detto  e ancora detto. Ripensandoci ora, sono arrivata alla determinazione che la Shoah non va solamente “ narrata “, ma va vista, in barba ai dettami dei dotti storici! Vanno visti i terribili documentari girati subito dopo la liberazione dei sopravvissuti nei campi, vanno viste le deportazioni, vanno viste tutte le nefandezze che i nazisti hanno compiuto. Solo così si può prendere coscienza dell’orrore, solo così è possibile ricordare senza dimenticare mai.

15 risposte a "La Shoah raccontata da G."

  1. Lilla ... 6 febbraio 2019 / 23:40

    Concordo … le parole possono essere travisate, non ascoltate, dimenticate, interpretate … le immagini restano più facilmente impresse nella memoria soprattutto quando, purtroppo, sono crude e non lasciano spazio alla fantasia.

  2. filorossoart 6 febbraio 2019 / 23:58

    Mizaar, avete bambini stranieri in classe?

    Riesce interrogarli lontano dai compagni /e, e ascoltarli nell’intimità su come ci giudicano?
    Tutti siamo stati responsabili e loro lo sanno… l’Uono pazzo, cattivo, siamo noi…
    Parlare di queste cose vuol dire spaventali, terrorizzarli quando li minacceremo con malvagità.

    • mizaar 10 febbraio 2019 / 15:21

      Non era nostra intenzione – quella della collega e mia – minacciare chicchessia. Il nostro unico ragazzo di origine magrebina, da parte dei genitori, possiamo considerarlo a tutti gli effetti un italiano, visto che in Italia è nato, quindi non ha senso interrogarlo a parte per sapere cosa pensa di noi. Semmai vale la pena interrogare tutti, per avere idea di cosa pensino di se stessi, in relazione al fatto che sono molto concentrati su banalissime piccolezze. Non hanno l’abitudine mentale a vedere più in là del loro naso, purtroppo. Sono convinta che è la famiglia che deve insegnare l’educazione ai figli e non la scuola. Il nostro compito, come educatori, è quello di “ educare “, appunto, all’acquisizione di uno spirito critico e lungimirante, che possa supportarli nella vita. Solo attraverso lo studio è possibile questo, ma quelli, gli alunni, non studiano 😧

      • filorossoart 10 febbraio 2019 / 15:24

        si sempre una persona carina …

      • mizaar 10 febbraio 2019 / 15:26

        Troppo gentile, grazie!

    • mizaar 10 febbraio 2019 / 15:13

      Grazie Diemme per aver lasciato il link. Avevo letto e visto nel programma di Gramellini, dell ‘ “ esperimento “ del collega. Certo è stata una bella lezione, sicuramente da provarci. Vedremo l’anno prossimo, quando confido nel fatto che i miei saranno cresciuti e spero avranno acquisito una sensibilità altra.

  3. gaberricci 9 febbraio 2019 / 09:54

    Non c’è il rischio che un orrore così grande finisca per anestetizzare, invece che per sensibilizzare? Voglio dire: a calcare la mano sul fatto che l’Olocausto sia stato disumano (e lo è stato, intendiamoci), non si corre il rischio che si finisca per considerarlo opera di esseri “altri”, e non di uomini che potrebbero ripeterlo in altre forme?

    • mizaar 10 febbraio 2019 / 15:05

      Uomini altri che potrebbero rifarlo, certo, che lo rifanno anche adesso in altre parti del mondo, certo non nella misura dell’olocausto, ma, ritengo, con lo stesso “ ardore “ sicuramente. Come gliela racconti? Le parole, a volte, sono misera cosa difronte all’orrore di morti insensate. Allora ci vogliono le immagini, le stesse che io ho visto solo quando della Shoah si è cominciato a parlarne seriamente. Fai conto che almeno fino agli anni 70 del 900 non c’era nessun interesse a ricordare, perlomeno a ricordare in maniera specifica così come si fa ora.

      • gaberricci 11 febbraio 2019 / 19:41

        C’è anche da dire che l’obbligo scolastico toglie molto, in questo senso: alcuni ragazzi pensano che non sia cosa di cui devono interessarsi, “perché se ne parla a scuola”.

        Esistono immagini dell’Olocausto? Leggevo che ce ne sono molto poche.

      • mizaar 16 febbraio 2019 / 18:34

        Assolutamente d’accordo sull’obbligo, è così che ragionano!

      • gaberricci 11 febbraio 2019 / 19:41

        E poi: non è il problema affrontato da Elio Vittorini in “Uomini e no”?

      • mizaar 16 febbraio 2019 / 18:33

        L’assunto di “ Uomini e no “ è una riflessione altra sui guasti della guerra, l’olocausto è la manifestazione “ manifesta “ degli orrori che si compiono in guerra. Una base comune, la guerra, riflessione simulata il romanzo, orrore vivo le vicissitudini dei molti che non sono mai più tornati.

      • mizaar 16 febbraio 2019 / 18:34

        Comunque immagini sull’olocausto ce n’è tante

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