Alberghi ( voci nell’ombra )

Stanza-a-New-York-1932-Courtesy-Sheidon-Museum-of-artLa porta si chiude, ancora una volta, alle spalle di quei due che lasciano la stanza in un disordine privo di oggetti, solo lenzuola spiegazzate testimoni memori dei corpi che vi hanno abitato, l’armadio socchiuso – si intravedono le coperte non usate, un cuscino informe e abbandonato, qualche gruccia per appendere abiti che non sono stati appesi, appendiabiti di risulta, diversi tra loro, come se qualcuno li avesse ricevuti in dono da negozianti distratti e disordinati e messi lì, a condividere individualmente un armadio, rigide armature in attesa. Per qualche tempo la stanza è stata la scena aperta di una storia che si racconta attraverso gli oggetti quotidiani, storia nota, conosciuta però solo da coloro che si raccontano da protagonisti attraverso gli oggetti poggiati qua e là nella stanza, senza una logica se non quella della necessità del momento: una valigia sul tavolo e la lampada piccola da tavolo compagna di un posacenere di un vetro spesso e azzurrino, abiti poggiati sulla sedia vicina al tavolo, una guida turistica vicino alla tivù, biglietti usati, un orologio poggiato sul comodino, attento guardiano di un cellulare sempre acceso, asciugamani umidi dell’acqua di una doccia fatta per lavare via la stanchezza del viaggio. Solo due spazzolini trovano casa in un contenitore che assomiglia a quello di tanti contenitori casalinghi. Gli spazzolini non sentono il disorientamento che provano quei due, uomo e donna, insonni tra le lenzuola spiegazzate, estranei in un luogo che non conoscono. Proveranno a vigilare nella notte, come sempre fanno sul sonno dei due , uomo e donna, appaiati e complici come i due sul letto, sentinelle attente e abituali. E quando tutto è compiuto e la porta viene aperta e chiusa un’ultima volta, nella stanza di un vuoto disordine e nuovamente in ombra, un brusio leggero racconta le storie di chi in quella stanza è passato, racconta di uomini e donne insonni, racconta di amplessi, di chiacchiericci sommessi, di litigate furibonde fatte a mezza voce, di passaggi giornalieri e di lunghe soste, racconta le storie vissute che si aggiungono alle quattro pareti come sinopie sbiadite dal tempo. Racconta di oggetti sparsi a caso per ricreare la parvenza di una stanza che non sapremo riconoscere, che non sapremo raccontare se non attraverso le voci riposte nell’ombra.

2 thoughts on “Alberghi ( voci nell’ombra )

  1. kalissa2010 7 luglio 2015 / 11:35

    Prof, ma che alberghi
    frequenti?😀

    Naturalmente scherzo. Sembra il brano di un romanzo ambientato negli anni settanta. Un albergo di quelli sulla Riviera in posti come Igea, Cattolica…
    Eppure, sicuramente se ne trovano ancora così, ma solo se non usi tripadvisor😉
    Però, le storie, rimangono attaccate anche agli schermi piatti, al cestino diviso carta/plastica, al minibar ed all’armadio senza ante e con le grucce rigorosamente uguali e fisse, anche se le voci non possano dalle pareti e dagli infissi insonorizzati. (ClapClap!
    )

    • mizaar 8 luglio 2015 / 19:05

      sai se ne trovano, e neppure nella “ foresta “ romagnola e neppure con tripcoso. basta sguinzagliare il figlio, ad urbino, con la consegna di trovare un albergo vicino a casa sua. ed ecco fatto, un posto senza pretese, pulito, con un bar senza ciofeche mattutine, ma con cappuccino ed espresso fatto al momento. per dormirci due notti è bastato e ce n’è stato anche d’avanzo. ma uscendo mi è venuto in mente che la stanza di un albergo è un contenitore vuoto che si riempie di storie frammentarie e momentanee, un palcoscenico aperto dove si consumano frammenti di vita, un posto in attesa di anime che lo facciano animare.

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