Biciclette

Nel post di stamani sulla pagina FB di Caterpillaram, a firma di Natasha Lusenti si legge:

Ieri ho letto la recensione del primo film girato da una donna dell’Arabia Saudita. E il film si chiama La bicicletta verde. In quel Paese le donne non possono votare, non possono guidare l’automobile e le bambine non possono andare in bicicletta. In Arabia Saudita non esistono neanche le sale cinematografiche. I film si guardano a casa.

E continuava raccontando come da bambina il fatto stesso di avere una bicicletta per andare in giro con il  vento sul viso, le dava una sensazione di libertà e di avventura che nessuna donna araba potrà mai avere. La percezione della libertà passa attraverso la trasgressione di leggi fatte a misura della grettezza degli uomini che le concepiscono. Storie come quella de La bicicletta verde andrebbero fatte vedere in tutte le scuole, alle ragazze che ritengono l’emancipazione un dato acquisito. Ma come non riflettere sui legami sociali che costringono comunque anche noi donne occidentali, convinte come siamo che la libertà è qualcosa che ha a che fare con l’essere simili agli uomini, negli atteggiamenti, nella pretesa di una indipendenza che finisce per offendere tutte le donne, per i modelli sociali ricalcati e che gli uomini stessi propongono per il loro piacere? Il sapere, la cultura e il lavoro emancipano le donne, le rendono forti e capaci; il corpo è fallace e tradisce con il passare del tempo, la mente invece ci supporta per sempre. La nostra ” liberazione ” deve necessariamente passare per l’autodeterminazione a voler essere noi, come noi stesse vogliamo e non come gli altri ci vedono o ci vogliono. Una lezione che la mia giovane mamma, sposa diciannovenne, comprese quando provò a scappare dalla casa del suocero, con una bicicletta –  è evidentemente un mezzo visto da sempre come il supporto per la libertà – dove aveva trovato una condizione che accettava a fatica. Dopo poco decise di tornare indietro, consapevole che non si sfugge al proprio destino inforcando una bicicletta. Da quel giorno è stata una donna apparentemente condizionata dai fatti, ma sempre libera e determinata nel costruire la sua vita con un lavoro instancabile e quotidiano. 

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16 thoughts on “Biciclette

  1. in fondo al cuore 7 dicembre 2012 / 21:43

    Sembra impossibile che ci possano essere ancora situazioni del genere………buon fine settimana.

    • mizaar 8 dicembre 2012 / 21:21

      se fai mente locale, silvia, sembra impossibile che in italia ci siano olgettine che percepiscono 2500 euro al mese per essere come il cliente le vuole, mi chiedo se queste situazioni siano le due facce della stessa medaglia!

  2. fab 7 dicembre 2012 / 21:46

    La nostra ” liberazione ” deve necessariamente passare per l’autodeterminazione a voler essere noi stesse.
    letto, confermato e sottoscritto
    fab

  3. Lilla ... 7 dicembre 2012 / 22:46

    Sono contenta di essere una donna ma, soprattutto, sono contenta di essere nata in un luogo dove posso decidere di andare in bicicletta quando voglio (anche se non ci so andare … ma questa, è un’altra storia!!) 🙂

    • mizaar 8 dicembre 2012 / 21:17

      urge un corso accelerato di biciclettismo, mi pare! 😀

  4. Ifigenia 8 dicembre 2012 / 08:36

    La libertà deve passare per la nostra testa. Dobbiamo metabolizzarne il diritto. La bicicletta è simbolo di libertà perché è un mezzo povero, tutto sommato accessibile, ci può portare lontano, ma il vento nei capelli, al contrario della moto, ce lo dobbiamo conquistare pedalando: più simbolo di questo?

    • mizaar 8 dicembre 2012 / 21:16

      era quello che intendevo. noi abbiamo conquistato degli spazi che per le donne di altri paesi sono impensabili, ma spesso non ci rendiamo conto di essere, in questi anni, regredite in una condizione che apparteneva alle nostre nonne. in apparenza facciamo quello che vogliamo, realmente facciamo molto poco per noi stesse se non sottometterci ad una situazione sociale che ci vuole silenti e piacenti.

  5. siignoraingiallo 8 dicembre 2012 / 09:42

    Mi hai toccato nel profondo con le tue parole. Forse perchè con la bici esploro il “mondo” in cerca di quella libertà e un pò perchè come tua madre alla fine ritorno seguendo di fatto il mio destino.
    Buona giornata 🙂

    • mizaar 8 dicembre 2012 / 21:11

      sono contenta che ti sia piaciuto questo post, carissima emilia. per quella bicicletta abbiamo preso in giro mamma per non so quanto tempo, ma riflettendoci bene il suo ” ardore ” è stato ammirevole. buona serata a te!

  6. paperi si nasce 8 dicembre 2012 / 23:17

    La nostra Virginia non poteva che essere nata da una donna capace di esprimere la sua esigenza di libertà…
    Comunque è così triste che nel nostro tempo la donna sia ancora vista e considerata come un essere a cui imporre limitazioni fisiche e psichiche. Ed è ancora più triste che tante donne, anche nel nostro occidente “avanzato”, accettino o cerchino questo stato di dipendenza.

    • mizaar 9 dicembre 2012 / 10:21

      fede, l’avere un sangue meticcio – un incrocio tra trani e calabria – alla fine paga! 😀 il progetto di vita di mamma comprendeva un imprinting da trasmettere alla figlia – sia pure in assenza di una vera coscienza del farlo – improntato all’indipendenza più assoluta, in ogni circostanza. esempio banale: non aspetto, chiedendo, che siano gli altri a fare qualcosa, la faccio e basta. a volte è un vantaggio, altre volte si fatica e tanto, ma sono incapace di essere un’altra. a questa età, poi!

  7. Sergio Baldin 10 dicembre 2012 / 08:19

    Mi pare che ogni conquista, o liberazione, abbia i suoi fardelli da sopportare.
    Penso a quella donna di cui si è parlato ieri, ma non certo la prima di tante che vengono ammazzate perchè non vien concesso loro di non farsi imporre i sentimenti di un uomo, direi in questo caso la rivendicazione di proprietà!
    Difficile sentire di una situazione opposta, chissà perché! Oppure, di perchè ce ne sarebbero parecchi!
    Ciao carissima Virginia, molto interessante il particolare autobiografico!
    Un abbraccio forte, buona settimana!

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