Con gli occhi di un padre – Zigulì

Qualche giorno fa ho visto l’intervista che Daria Bignardi ha fatto a Massimiliano Verga, autore del libro ” Zigulì, la mia vita dolceamara con un figlio disabile “. Il racconto del padre sembrava smorzato dal probabile imbarazzo per essere lì in uno studio televisivo. Un padre reticente nell’esporre quello che invece il libro racconta in modo preciso: la vita quotidiana, lo scontro ripetuto con una realtà pazzesca e castrante, quella dell’avere un figlio pluriminorato – termine ” tecnico ” per dire di un figlio che non vede, non parla, si esprime urlando. Non ho ancora letto il libro, cosa che mi ripropongo di fare a breve, ma Igor Salomone, consulente pedagogico ne ha scritto una bella recensione che vi propongo integralmente: 

E’ una scrittura tesa e potente quella di Massimiliano Verga. Parole che sbattono in faccia scene di vita quotidiana ai limiti del tollerabile. Un album di fotografie, di istantanee crude e violente provenienti dal fronte. Guardi la prima e distogli lo sguardo dopo un istante, passando alla successiva nella speranza di una tregua. Ma  non c’è via di scampo. Una dopo l’altra tirano per il bavero il lettore, costringendolo a guardare sino all’ultima pagina. E a vedere.

Questa è la vita accanto a una persona disabile, sembra dirti dritto negli occhi l’Autore, e non ci sono cazzi. Piantiamola di prenderci in giro e di raccontarcela. Se sul fronte non ci siete mai stati, toglietevi quel mezzo sorriso di finta empatia e fatevi un giro per la piazza nella quale abitate: scoprirete che il fronte è lì, al vostro fianco, sotto i vostri piedi, davanti ai vostri occhi, mentre pensavate fosse lontano, altrove, anzi, mentre neppure sospettavate esistesse una guerra, solo per il fatto che non siete chiamati a combatterla.

Zigulì, la mia vita dolceamara con un figlio disabile, al primo impatto non sembra neppure un libro. Si presenta come quelle vecchie scatole di cartone riempite alla rinfusa di foto che all’occorrenza ripeschiamo una a una sfruculiando con le mani. Anche Zigulì si può sfruculiare pescando a caso. Lo vendessero a capitoli, li si potrebbe mettere in un vaso e poi agitarli prima dell’uso, ricombinandoli tutte le volte. Ma non è così. Il libro di Verga è uno di quelli che apri, leggi la prima pagina e poi non puoi smettere perchè col fiato corto devi vedere come va a finire. Solo che non va a finire da nessuna parte. Zigulì non è un viaggio, è una giostra che gira su se stessa e a ogni giro sai che un altro giro è andato e, per quanto te ne manchino ancora tanti quanti una vita, sai che è uno di meno.

Eppure è un libro sull’amore. Sull’amore e l’intera gamma di sentimenti che trascina con sè l’infrangersi dei sogni e il disgregarsi del futuro. Le parole di Verga distillano con una efficacia straordinaria rabbia, cinismo e infinita tenerezza. Riescono a ribaltarti nel giro dei pochi capoversi che compongono i capitoli, sballottandoti tra la disperazione e la leggerezza, la dolcezza e la ferocia, il sarcasmo più amaro e l’esistenza possibile che lasciano intravedere.

Ma Zigulì è anche un libro reticente. Nonostante l’estrema esposizione di una vita, la nitida crudezza delle immagini ad alta definizione, la nudità delle fatiche e dei sentimenti. O forse proprio per questo. Occorre riaversi dall’abbaglio che produce una verità sparata senza veli, per accorgersi che quell’abbaglio getta un velo su altri pezzi di verità. Stropicciandosi gli occhi, vien da chiedersi che strano mondo disegni Massimiliano Verga in queste pagine. Un mondo unidimensionale costruito sull’esclusività del rapporto tra un padre e il figlio disabile. Tutto il resto è ambiente dal quale attingere motivi di rabbia e frustrazione, spesso, e occasioni d’aiuto, talvolta. Anche di soddisfazione alternata allo sconforto, ma si tratta solo dell’Inter.

Si può descrivere la propria paternità, raccontandola un figlio per volta? E’ possibile cercar d’essere un padre migliore, senza capire cosa hai imparato essendo figlio di un padre, anzi di due e contemporaneamente, come confessa e poi immediatamente tralascia Verga? Si può parlare del proprio esser padre senza incrociare lo sguardo con quello di altri padri al di là del campionato di sfiga cui tutti partecipano con risultati ovviamente diversi? Si può esporre la propria paternità senza chiedersi dove finisce il ruolo paterno e dove inizia la propria condizione di uomo? E come tra loro si parlino? La risposta è sì, si può. Ed è proprio ciò che fa Zigulì, lasciando però il nostro ascolto sospeso per aria. Questo libro, alla fine, è un paradosso: è la massima esposizione pubblica di una paternità raccontata in totale solitudine.

Zigulì non dà risposte nè vuole darne. Ma non apre neppure domande, tranne quelle che riusciamo a porci se, dopo averne accolto le urla, gli schignazzi e le preziose carezze strappate agli schiaffi, proviamo ad ascoltarne i silenzi. Da qui ognuno può poi partire per cercar risposte, ringraziando in cuor suo il poderoso calcio nel culo regalato da quelle pagine.

Annunci

15 thoughts on “Con gli occhi di un padre – Zigulì

  1. Lilla ... 1 febbraio 2012 / 21:36

    se penso che conosco persone che si sono ‘arrabbiate’ quando è nato un figlio maschio al posto di una figlia femmina e viceversa, mi si accappona la pelle … avere un figlio ‘sano’ è una grande fortuna … tra le tante preoccupazioni che l’essere genitori, per forza di cose, impone … ne manca una fondamentale … nessuno di noi genitori fortunati si deve domandare: “e quando muoio io, come farà?? chi se ne occuperà??? chi lo amerà???” … 😦

    • mizaar 3 febbraio 2012 / 17:57

      la preoccupazione più grande, l’angoscia direi pure, dei genitori con un figlio gravemente problematico è proprio questa: quando non ci sarò più che fine farà mio figlio o figlia? ci sono persone – e ne conosco tantissime – che hanno avuto un secondo o un terzo figlio, proprio per avere la certezza di un futuro tutelato per il figlio più debole. anche questa decisione è ancora più drammatica per il figlio ” sano ” coinvolto: che diritto hanno i suoi genitori a sindacare sul suo futuro con questo ” macigno ” a vita?

  2. Insenseofyou 2 febbraio 2012 / 07:19

    Si può esporre la propria paternità senza chiedersi dove finisce il ruolo paterno e dove inizia la propria condizione di uomo? E come tra loro si parlino? La risposta è sì, si può.

    Mi sono permessa di riportare queste parole nel mio commento per potermi riagganciare:
    Non solo si può ma si deve essere genitore di figli che quand’anche non fossero disabili (a volte purtroppo gravemente), possono presentare diversità di comportamento da coetanei e da fratelli e sorelle. Si può e si deve essere presenti, con i limiti che l’essere se stessi pone, in maniera diversa cercando di fare in modo che questo “spezzettarsi” non comprometta il senso d’integrità che è poi lo stesso che riconduce all’importanza dell’esserci per vivere trasmettendo, amore, senso e dignità. Lorena,

    • mizaar 3 febbraio 2012 / 18:11

      cara lorena, come dice ariel più in basso, è una grande fatica essere genitori, sempre e comunque. è vero, ci si ” spezzetta “, come hai detto tu, per offrire ad ogni figlio il nostro meglio possibile, ma sono certa che l’amore che si offre loro sia unico e senza condizioni. ti parlo, però, come madre consapevole e con sentimento di madre. ci sono tanti che non sono muniti del senso di paternità e di maternità. l’essere genitori è qualcosa che si costruisce con grande fatica e con determinazione. il fatto di aver portato in grembo un piccolo non ti mette nelle condizioni di essere necessariamente e obbligatoriamente una mamma perfetta. mi riferisco anche alla domanda che l’amica cle si è posta nel commento successivo. una madre non è per forza il ” contenitore ” di tutta la pazienza e l’abnegazione del mondo. avere un figlio che ” non funziona ” non è il dono che ti è venuto dal cielo per permetterti di diventare una santa in terra. un figlio disabile è lacrime e sangue, disperazione e, alla fine, rassegnazione lucida. questo vedo molto spesso negli occhi delle mamme dei miei ragazzi disabili

  3. Cle 2 febbraio 2012 / 07:31

    una sola domanda mi è frullata in testa mentre leggevo la recensione…
    “una madre avrebbe mai scritto un libro così?”

  4. duhangst 2 febbraio 2012 / 11:05

    Mi sono venuti in mente i ragazzi della “Lega del filo d’oro” dove assistone i sordo cieco muti… E quando li incontri in giro accompagnati ti rendi conto di quanto sei fortunato e di quanto sono grandi le persone che li aiutano.

    • mizaar 3 febbraio 2012 / 18:14

      la lega ha una succursale qui vicino, a molfetta. sono andata spesso da loro in occasione di convegni e seminari e una mia amica lavora con loro. sono persone davvero splendide e preparate!

      • duhangst 3 febbraio 2012 / 19:47

        Credo che poi uno dei testimonial della Lega del filo d’ora sia Arbore.

      • mizaar 3 febbraio 2012 / 20:07

        infatti, lo è stato per diverso tempo. mi auguro solamente che per fare quello che ha fatto non abbia percepito neanche un euro – o una lira che dir si voglia!

  5. Farnocchia 3 febbraio 2012 / 21:01

    Speriamo non sia pesante e “brutto” come NATI DUE VOLTE…

    • mizaar 3 febbraio 2012 / 21:38

      non ho letto nati due volte, ma questo sicuramente sì!
      ciao principessa 😀

    • mizaar 4 febbraio 2012 / 18:51

      grazie, chiunque tu sia! 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...