Infine la scuola pubblica morì per implosione!

Potrebbe essere l’amara conclusione di una pessima fiaba. Prendete l’ultimo accenno di provvedimento da varare per la scuola, il depotenziamento del titolo di studio. Quale valore didattico puoi suggerire ad un tuo studente quando gli dici: Studia e fallo nel migliore dei modi? Quale la motivaziuone al suo studio? Per incrementare una sua particolare attitudine? Perchè così ha modo di formarsi culturalmente? Perchè studiando otterebbe valutazioni positive che gli permetterebbero di essere ai primi posti di una graduatoria di valutazione per accedere ad un X posto di lavoro? Niente di tutto questo, se passa il depotenziamento. Qualsiasi studente, anche il più pronto e motivato, potrebbe obiettare che la formazione culturale può guadagnarsela in mille modi, anche e soprattutto fuori dalla scuola – dove spesso si studiano, duole dirlo, cose che non hanno senso – che le valutazioni, a cosa mai potrebbero servirgli?, visto che il ” pezzo di carta ” sarebbe a tutti gli effetti davvero un semplice pezzo di carta! Ma se studi alla Luiss e alla Bocconi… e come al solito qui casca l’asino della scuola pubblica. Confindustria, non estranea a suggerire il provvedimento al governo ” amico “, desidera profondamente che nella pubblica amministrazione passino persone formate ad essere ” comandate “, persone dotate di una forte attitudine, non alla cultura, ma all’obbedienza cieca. Insomma un universo orwelliano prossimo venturo. Mala tempora currunt!

AH, AH, AH!
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13 thoughts on “Infine la scuola pubblica morì per implosione!

  1. in fondo al cuore 28 gennaio 2012 / 11:42

    Io non sono laureata…..e non so come commentare sinceramente perchè quello che tu dici è giusto…..però sò anche di colleghi che non riuscendo a laurearsi qui…..hanno preso la laurea in determinate Università….e anche con buonissimi voti, e sinceramente non mi sembra giusto nemmeno questo! Buon fine settimana, un abbraccio!

  2. goldie 28 gennaio 2012 / 15:31

    quello che dice “in fondo al cuore” è vero: ho compagni di corso che non riuscivano a passare gli esami (la facoltà di ingegneria di Workopolis pre riforma era molto dura), sono emigrati oltre-appennino e si sono laureati più in fretta di me e col massimo dei voti. però è anche vero che in alcune aziende tengono conto anche della città in cui ci si è laureati… personalmente mi sono fatta un mazzo tanto per laurearmi e l’idea che il sudato pezzo di carta perda anche quel poco valore che gli è rimasto è davvero deprimente. è anche vero che una volta approdati ad un lavoro ci si rende conto di dover ricominciare da capo, perchè non si è preparati… insomma, difficile commentare sul tema. ma è vero che quando sento questi discorsi mi pento di aver passato tanti anni sui libri ritrovandomi trentenne, senza un posto sicuro, senza soldi da parte, senza una famiglia… sono tempi davvero tristi

  3. cordialdo 28 gennaio 2012 / 15:48

    Questa è la realizzazione del programma dell’ex ministro dell’ignoranza Gelmini, già licenziata dal suo partito e fatta dimettere da presidente del consiglio comunale di Desenzano del Garda per scarso rendimento e promossa deputata e ministro per meriti e qualità…personali da Silvio Berlusconi! Non credo che Monti ed il suo governo, soprattutto il neo ministro dell’istruzione, possano vantarsene!

  4. fab 29 gennaio 2012 / 11:14

    ritorno al medioevo…disattesa la Costituzione ..bah…poveri tutti noi

  5. paperi si nasce 29 gennaio 2012 / 18:21

    Non ho approfondito sufficientemente la questione, ma la sensazione è che come al solito si trova una pezza peggiore del buco. Senza negare che il buco esiste, però!
    @Goldie: Ognuno di noi ha esperienze di presunte differenze di comportamento, di valutazione, e di livelli di formazione fra facoltà che si trovano da lati diversi dell’appennino. Anche io ne ho, probabilmente opposte alle tue… Proprio per questo, è sempre pericoloso generalizzare.
    Fra parentesi, ho visto il tuo blog e mi piace… Ti seguirò!

    • goldie 29 gennaio 2012 / 21:51

      non volevo generalizzare, ma è senz’altro vero che i pesi e le misure variano (non solo tra facoltà e facoltà: esempi eclatanti sono i vecchi esami per l’abilitazione alla professione di avvocato che hanno fatto cambiare la città di residenza a molte persone, e che hanno dato lo stesso identico titolo sia a chi si è sudato l’esame, sia a chi è più agevolemnte “espatriato”…). Però ha senso togliere valore ai famigerati “pezzi di carta”? Intanto resto in attesa di capire cosa farà questa legislatura, e ti ringrazio per i complimenti sul mio blogghino! 😉

  6. fab 29 gennaio 2012 / 19:59

    Il mo timore è vedere, alla fine di tutti i vari processi di riforma ed ammodernamento tanto sbandierati, coloro che hanno la possibilità di studiare presso alcune facoltà (leggi Bocconi, Luiss e un altro paio), poter andare avanti e far carriera, mentre persone anche dotate di grande ingegno, ma di scarso portafoglio, restare al palo!

  7. Sergio Baldin 30 gennaio 2012 / 08:54

    Lascia perplessi che un governo, costituito per ben altre ragioni che con tutt’altri scopi, intervenga anche in simili questioni, forse qualcuno vorrà dimostrare di esserci pure lui!
    Ma sono anche altre cose che ormai fanno sorgere dubbi che non riescano ad evitare di dimostrare nobili appartenenze bocconiane, alla faccia di tanta realtà che di nobile ha senz’altro e di più animo e dignità!
    Ma poi, per condizionare scelte scolastiche, mica basta solo finanziare o meno?
    Ecco la dimostrazione che si possono creare scuole di serie diverse!
    Questo per ridare? entusiasmo a chi sta anche duramente cercando di prepararsi per il futuro!
    Un abbraccio cara Virginia con l’augurio di una buona settimana!

  8. popof1955 30 gennaio 2012 / 22:21

    Non credo molto al valore dei pezzi di carta. Che siano soldi, titoli o onorificenze. Vale quello che sta dietro. Non credo abbia un senso stare a studiare pensando solo a quello che si potrà fare con il titolo o, peggio ancora, con il voto sul titolo.
    Mi viene in mente un racconto di Asimov, credo che fosse il ciclo della Fondazione. Il personaggio di spicco della narrazione, sull’insegna della porta non aveva messo il titolo “Dr.”. La considerazione conseguente era che non ve ne era bisogno, tanto tutti sapevano chi fosse.

    • goldie 31 gennaio 2012 / 10:20

      La voglia di studiare ed imparare hanno il loro senso, ma investire 5-6 anni della propria vita in un’attività dispendiosa in termini di tempo e denaro come l’università, rimandando l’età in cui ci si può immettere sul mercato del lavoro, e di conseguenza farsi una famiglia, comprarsi casa, pensare che (ahimè) sei nata donna, e quindi potresti avere figli e un’azienda ne terrà conto, avrebbe ancora senso se non c’è neppure la speranza di un minimo “ritorno”?

  9. Baol 31 gennaio 2012 / 10:02

    Al master, a Milano, avevo un collega della Luiss ed uno della Bocconi…sono stato molto orgoglioso della mia laurea all’università di Bari!

    (Adesso infatti sono io che faccio il docente a quel master, non loro)

  10. mizaar 31 gennaio 2012 / 21:41

    ho letto con attenzione tutti i vostri commenti – come sempre d’altronde! 😀
    ognuno di noi formula un giudizio sul valore della scuola – e del quasi inutile pezzo di carta – sulla base della propria esperienza, del proprio pensiero, delle scelte di vita, come sempre ci capita vivendo il quotidiano. la cosa che maggiormente mi preoccupa come genitore, sono i commenti come quello di goldie che a trent’anni si barcamena in una situazione di limbo lavorativo assoluto e di conseguenza anche di vita sociale e affettiva. come si può pensare di studiare per arenarsi in una secca di precariato a vita? per contro immagino che goldie non abbia mai pensato, durante il suo corso di studi, di mollare, di lasciar perdere gli studi per… fare cosa? la commessa, se le sue ambizioni legittime erano altre? perchè dunque non abbiamo un paese, un governo che possa offrire delle possibilità a tutte le persone che devono iniziare a ” guardarsi intorno “? – oltre quelli che il lavoro lo stanno perdendo, naturalmente! domanda retorica, sappiamo bene come stanno le cose! come insegnante mi dico: se depotenziamo la laurea, ci sarà un incentivo perchè un ragazzo si debba iscrivere ad un corso di laurea, con quello che costa laurearsi anche in una unversità pubblica, in termni di tempo e denaro? penso ancora alle ” false ” lauree e ai furbetti che vanno a conquistarsele fuori sede. ma quello è un vizio italiota antichissimo come il cucco. all’atto pratico baol ha dimostrato a tutti il contrario – e credetemi per laurearsi a bari bisogna essere dei tosti, vi assicuro! non è andato alla luiss, neppure a timbuctù e fa l’insegnante ai master. bravo baol! il pezzo di carta non è solo il diritto, paolo, di scrivere su una targhetta ” dr. “, è la dimostrazione pratica che hai versato lacrime e sangue, è l’orgoglio di avercela fatta! a questo io credo ancora. e se non si è laureati, come silvia, va bene lo stesso, la vita ci dà altre soddisfazioni, anche se, con questi ” chiari di luna ” le soddisfazioni sono chimere e c’è poco da stare allegri!

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