La casa dei misteri

Ieri sera sono stata a trovare mio padre. Ho percorso una strada che non mi è abituale adesso, ma che da bambina facevo spesso quando mi mandavano a svolgere qualche piccola commissione. Sono passata, così, davanti ad una casa disabitata da anni. Ci stavano, all’epoca della mia infanzia, tre persone di una età indefinibile, due sorelle e un fratello tutti e tre ” vacantini ” – cioè non sposati. La casa è una fascia stretta tra altre, formata da un pianoterra e un piano nobile. I tre ci vivevano, d’estate seduti sull’uscio, in inverno rintanati in quella casa scura da cui non proveniva il minimo segno di vita, se non dell’idea che al suo interno quei tre potevano pure condurre una vita ” normale “. Vestiti sempre di scuro, sembrava non avessero nessun tipo di relazione sociale; bastavano a loro stessi, bastavano ai loro volti seri, privi, geneticamente, del sorriso. Bambina, mi spaventavano i volti arcigni e provavo vergogna al solo guardarli – operazione che facevo con la coda dell’occhio. Mi incantavo solamente in primavera quando, miracolosamente. i tre vasi di terracotta messi in fila sull’unico balcone a primo piano, rinverdivano ad un tratto e portavano a mo’ di scusa fiori bianchi di fresia – Scusateci per l’invadenza, sembravano dire i fiori a quei tre fratelli. Poi, uno alla volta, sono morti di vecchiaia. L’ultimo ha lasciato la casa chiusa, in balia di se stessa, la grande porta a piano terra sbarrata, i vasi di cotto al primo piano ormai privi del ricordo. Immaginavo, ieri sera, cosa può esserci al suo interno. I segni di una vita vissuta ai margini, i ricordi di persone che nessuno ricorda. Mi ha preso una tristezza infinita; a volte si attraversa la vita senza viverla, senza lasciare traccia se non nel ricordo di una che fu bambina. 

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21 thoughts on “La casa dei misteri

  1. giusymar 16 novembre 2011 / 20:12

    Molto tenero questo post.
    Ti sento vicina.
    Anch’io amo spesso pensare cosa ci possa essere dietro ad una finestra, ad uno sguardo quasi assente, ad un mondo che non vuole farsi sfiorare.
    Vicino alla casa di mia mamma abitavano due fratelli e due sorrelle. Non si sono mai sposati e non hanno mai ricevuto visite. Erano agricoltori e li si poteva vedere andare a “lavorare nei campi” sempre e soltanto loro. Ai tempi in cui ci si aiutava e si mieteva il grano di cascina in cascina, loro bastavano a loro stessi.
    Sembra una storia simile.
    Mi fa pensare che in questo mondo, tutto si ripete.

    • mizaar 22 novembre 2011 / 19:51

      è vero, giusi, quante storie si possono raccontare per poi riconoscere che le donne e gli uomini sono uguali sotto tutti i cieli, con le stesse emozioni, pensieri simili. hai ragione tutto si ripete

  2. ternetta 16 novembre 2011 / 20:24

    meraviglioso leggendoti come riconosco queste atmosfere…grazie per la condivisione dell’attimo…dell’intensità con la quale l’hai vissuto…e della considerazione finale…intima ed evanescente…

    • mizaar 22 novembre 2011 / 19:51

      benvenuta ternetta, grazie per il tuo commento

  3. in fondo al cuore 16 novembre 2011 / 20:31

    E’ davvero così….a volte persone vivono e muoiono senza lasciare nulla…..come se non fossero esistiti……è molto triste questo, anche perchè è poi sempre una scelta?…… Buona serata.

    • mizaar 22 novembre 2011 / 19:55

      silvia, penso che a volte ci lasciamo condizionare da scelte che altri hanno fatto per noi. in altri tempi erano i genitori che decidevano quando saresti andata via di casa e sposa di chi. per quei tre anziani il caso avrà deciso per loro. così si sono lasciati vivere fino a morirne.

  4. popof1955 16 novembre 2011 / 22:22

    Quanti passano senza far rumore, solo nel petto di chi si ripensa bambino riecheggia il battito del cuore provocato dal silenzioso passaggio. Eh si, perchè da bambini davanti alle case da dove non veniva suono, si passava in fretta, erano la sede fissa di pensieri scuri.
    Io ricordo un vecchio che davanti casa aveva un albero di fichi dove di giorno noi bambini andavamo a prelevare qualche frutto. La sera lo sentivi brontolare per i fichi fregati. Si chiamava dontumasi (don Tommaso) e solo tre parole continuava a ripetere “u papa bellu nun pò pparlari”, chissà qual era il suo segreto.
    Ma il ricordo più vecchio risale all’asilo, c’era un muro che era anche parete di una casa vicina e una finestrella da cui vedevi ogni tanto il volto di una o due donne incanutite, a cui noi bimbi facevamo le boccacce, le suore ci portavano via, per noi era la casa delle streghe.

    • mizaar 22 novembre 2011 / 19:58

      tipiche del nostro sud le storie che hai accennato. sembra di leggere verga…

  5. duhangst 17 novembre 2011 / 10:21

    “Ermasti”= “Vacantini”
    Purtroppo per qualcuno la vita è un viaggio nell’oblìo, mi domando cosa può far scattare la volontà di isolarsi e di non voler neanche tentare di lasciare un ricordo.

    • mizaar 22 novembre 2011 / 20:05

      spesso è la consapevolezza dell’inutilità di un cambiamento – vagheggiato – a darti la misura della vita che conduci. si sono lasciati vivere, perchè qualcuno gli aveva insegnato che la vita era quella e non diversamente
      ot da cosa deriva ermasti? vacantini sta per vacanti, cioè senza qualcosa o qualcuno

      • duhangst 25 novembre 2011 / 19:35

        Ermasti=Rimasti dialetto del luogo 🙂

      • mizaar 25 novembre 2011 / 20:06

        ermasti sembra quasi un anagramma di rimasti. che cosa particolare sono i dialetti! 🙂

  6. Lilla ... 17 novembre 2011 / 10:44

    Sicuramente una vita vissuta in sordina, in disparte … Però … Non invisibile se ancora ‘qualcuno’, con gli occhi da adulta ma dal cuore di bambina, ancora ne conserva il ricordo! 🙂
    Bello questo post … Tenero! 🙂

  7. Fabio 18 novembre 2011 / 19:51

    Ma quello in foto è Bersani???
    E’ disperato perchè ha fatto cacciare Ilvio ed ora non può più sfogare la sua repressione interiore!

    • mizaar 22 novembre 2011 / 20:06

      non credo, fabio. quando ho cercato su google una immagine da allegare a questo post non ho digitato bersani!

  8. kalissa2010 22 novembre 2011 / 10:49

    Quanta tristezza…
    M’è sembrato di percorrere con Te quella strada, di voltarmi a guardare quella casa…
    Mi sono commossa.
    Ogni volta che mi capita di vedere, per lavoro o di passaggio, una casa abbandonata, chiusa…non posso fare a meno di pensare alla sua storia, alla vita delle persone che l’hanno vissuta.
    Le persone volano via con le loro esistenze a volte silenziose, ma il loro ricordo resta imprigionato tra quelle pareti.
    Ogni casa demolita è un ricordo cancellato, ogni casa restaurata conserva il ricordo che continua a vivere sui davanzali fioriti, nei giochi dei bambini, nelle luci accese delle sere d’inverno.
    I tre fratelli saranno felici di sapere che, almeno Tu, hai avuto ed hai ancora, un pensiero per loro.

    • mizaar 22 novembre 2011 / 19:49

      grazie per il tuo bellissimo commento, kali. a proposito di case abbiamo lo stesso pensiero…

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