Il lavoro nobilita l’uomo, ma rende schiavi i bambini

Leggevo da Marco Un po’ di mondo come le multinazionali dell’industria del cioccolato abbiano a cuore le proprie faccende. Inevitabilmente, quando si parla di commerci praticati nei paesi ricchi, c’è sempre un retroscena fatto di sfruttamento da parte dei poteri economici forti che soverchiano i più poveri, rendendo spesso la vita di queste persone simile a quella degli schiavi. In genere ti vengono in mente quelle immagini, migliaia, di bambini che fanno mattoni di paglia e creta sotto il sole cocente o che intrecciano tappeti, qualsiasi cosa fatta in paesi che non siano occidentalizzati, sembrano passare tra le mani di un bambino. Poi ti chiedi il perchè avvenga tutto questo. Allora se rifletti un attimo ti viene in mente che questi bambini hanno comunque dei genitori consenzienti, se i genitori ci sono, che permettono loro di lavorare, anzi spesso li costringono, perchè non ci sono alternative se vogliono sopravvivere. Quindi è un discorso di prevaricazione e di sfruttamento in senso lato. Mi sono venuti in mente quei ragazzini e quelle mamme che a fine anno scolastico arrivavano nel negozio dei miei genitori, quarant’anni fa. La mamme proponevano a ” u mest ” – il maestro, come solitamente veniva chiamato il negoziante o l’artigiano – la sistemazione del figlio a bottega per le commissioni a domicilio, per imparare il mestiere, ma anche e, forse, soprattutto per quel piccolo contributo in denaro che avrebbero portato a casa. E questi, molto spesso dei bambini dell’età mia o di mio fratello, giocavano con noi. A mia madre dispiaceva che facessero una vita dissimile dalla nostra. Per tutta l’estate avevamo dei compagni di gioco nuovi. Altri, meno fortunati, li vedevi nei bar servire ai tavolini o per strada con carichi pesanti. Eravamo Terzo mondo? 

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13 thoughts on “Il lavoro nobilita l’uomo, ma rende schiavi i bambini

  1. Charlie68g 9 ottobre 2011 / 11:19

    Appartengo a quella categoria di bambini che d’estate lavoravano.
    Ho lavorato in un negozio di dischi, da un parrucchiere, in un bar, in un’officina di carpenteria.
    Mi ha permesso di vedere e imparare un sacco di cose, e di apprezzare di più quello che riuscivo ad ottenere con quei lavori.
    Ma non si trattava mai di lavori debilitanti e nemmeno di attività che si compivano durante tutto l’anno, era un modo per impiegare il tempo, per non restare tutta l’estate con le mani in mano.
    Credo che la situazione dello sfruttamento minorile sia ben diversa

  2. giusymar 9 ottobre 2011 / 12:22

    Mi piace molto il blog di Marco. Ci sono sempre post che fanno riflettere e buone idee.
    Dalle mie parti abbiamo sempre lavorato un pò tutti nel periodo non scolastico. Ma erano lavori che non ti massacravano, raccoglievamo mele, facevamo la vendemmia, io aiutavo anche al mercato, in un negozio di fiori e un ristorante a servire ai tavoli e a lavare i piatti. Ma nessuno mi ha mai sfruittato, anzi! C’è chi mi preparava poi qualcosa da mangiare durante la settimana, chi mi regalava qualcosa della sua bancarella…insomma ho buoni ricordi.
    Siprattutto mi hanno aiutata ad inserirmi nel mondo del lavoro, anche se ora lavoro nel metalmeccanico.
    Invece questi poveri bambini non hanno scelta. Il loro sfruttamente, a loro non porterà nulla di buono.
    Credo che dobbiamo riflettere quando facciamo i nostri acquisti.
    Dalle mie parti si può. Io cerco di sceglier eprodotti della mia terra. Confezionati dalle mie parti.
    Sono molto attenta al km zero. Certo…con il cacao non c’è storia!!!!
    Sempre riflessivi i tuoi post. Complimenti.

  3. paperi si nasce 9 ottobre 2011 / 23:20

    Il prblema del lavoro dei bambini nei paesi in via di sviluppo è complicato. Molto spesso, il loro lavoro permette a intere famiglie o a intere comunità di sopravvivere e di non morire di fame. Le colpe non credo che siano nelle famiglie… Il vero problema sono le multinazionali che chiudono un occhio o magari tutt’e due rispetto alle condizioni dei lavoratori nei loro siti produttivi, purché si mantenga un prezzo basso dei beni prodotti…
    Dovremmo stare attenti ai parametri che caratterizzano l’aspetto etico delle produzioni nei paesi in via di sviluppo. Ma ammetto che non è facile!

  4. duhangst 10 ottobre 2011 / 13:29

    Non so se eravamo il terzo mondo, so che io ho dovuto farlo. Idraulico, giornalaio, cameriere ecc.
    Durante i miei viaggi più volte ho visto bambini lavorare invece di essere a scuola, ma di fronte a certe realtà molto più orripilanti, il lavoro era una buona cosa..
    Credo che finchè ci sarà povertà difficilmente il lavoro minorile potrà essere debellato e sicuramente le multinazionali che non controllano chi fa il lavoro hanno la loro parte di responsabilità.

  5. mizaar 10 ottobre 2011 / 18:00

    rifletto sulle vostre risposte. charlie, giusy, du’, avete lavorato tutti, ma da otto anni in poi? immagino di no, penso che quel lavoro di cui avete buoni ricordi risalga ad un’età vicina all’adolescenza. periodo durante il quale la consapevolezza di se stessi, l’imitazione dei grandi, la voglia di emancipazione si fa forte e ti induce a ” darti da fare “. non vedo grandi differenze tra il lavoro di un ragazzino di otto anni indiano e quello di un suo coetaneo italiano. la quantità, il numero delle ore, la fatica sono quelli a fare la differenza sicuramente, non è differente invece l’idea di fondo: entrambi sono privati della libertà di essere un bambino, di giocare con i pari, di essere educato in un ambiente protetto, di non essere prevaricato, sfruttato, di non essere condizionato a crescere anzitempo. mandareste un figlio vostro a lavorare, nonostante la vostra esperienza positiva? no sicuramente se non si trattasse almeno di un ragazzo di 16 o 17 anni. la mia riflessione si basa sul ricordo di bambini e non di ragazzini. i ragazzini all’epoca erano già pronti per lavori più duri, come fare il muratore o andare nelle cave di pietra. come dice il papero riuscire a comprendere quei meccanismi sociali che la nostra civiltà rifiuta e che invece altrove sono accettati perchè è così che gira il mondo, l’altro mondo di cui è fatta la nostra società, non è facile. di sicuro parlarne giova, conoscere senz’altro aiuta, ma credetemi mi sento così impotente di fronte a tutto quello che succede nel mondo, che è davvero tanto!
    ( grazie giusy per i complimenti, ma a volte mi piacerebbe smettere di pensare, essere più ” semplice ” senza tanti arzigogolamenti. sai come vivrei meglio? 😀 )

  6. Sonja A. 11 ottobre 2011 / 13:40

    Le mutinazionali non guardano in faccia nessuno: a loro non importa il benessere del lavoratore e soprattutto di chi lavora, bensì la produzione e dunque la vitalità di un bimbo che trascorre ore ed ore con le sue piccole manine a svolgere lavori che richiedono una determinata cura e non accampa pretese, è per loro grasso che cola. Gli adulti con molta probabilità sono consenzienti, perchè non hanno alternative….

  7. unpodimondo 11 ottobre 2011 / 18:00

    Visto che sono all’origine del post metto i miei due cents nella discussione…

    – Il caso di cui parla il documentario va al di là del “semplice” lavoro minorile: si parla di compravendita di bambini e di riduzione in schiavitù, cioè di bambini che vengono portati via dalla loro famiglia e dal loro villaggio e che lavorano senza stipendio e a suon di botte.

    – Io grazie a Dio da bambino non ho mai lavorato. Ho fatto dei lavoretti nell’adolescenza, da 16 anni in poi, e non li ricordo tutti con piacere. Quelli piacevoli li ho fatti regolarmente assunto: con orari regolari, rispetto da parte dei colleghi e dei datori di lavoro (commesso, agente pubblicitario, data entry, etc…). Altri li ho fatti a nero, per una miseria e in condizioni di lavoro/sicurezza alquanto precarie. Ricordo un lavoro alla fine delle superiori, in attesa di andare all’università che fu un incubo: da un parente, in un garage a saldare bigiotteria senza alcuna protezione, chino su tavolette di amianto, mentre il titolare mi lasciava da solo perchè lui, invece di lavorare, abbracciava il fucile e andava a caccia! Questi lavori non li ho fatti per bisogno economico familiare ma per togliermi qualche sfizio personale (il motorino, lo stereo,una vacanza, etc…). Infatti i miei genitori li vedevano più come un’occasione per responsabilizzarmi e per farmi capire che la vita è dura e che le cose vanno conquistate…. Magari se evitavo di lavorare sulle tavolette di amianto l’avrei capito lo stesso… anche se con qualche anno di ritardo!

    – Noi come cittadini possiamo fare poco per sanare queste situazioni, ma come consumatori abbiamo un piccolo potere che si chiama “carrello della spesa”. Se lasciamo la cioccolata della multinazionale sullo scaffale del supermercato e compriamo una tavoletta del commercio equo e solidale abbiamo già fatto un piccolissimo gesto a favore di questi bambini! Ricordate che si “vota” di più col carrello della spesa che con la scheda elettorale!

    • mizaar 14 ottobre 2011 / 19:26

      concordo con te marco, sul potere del carrello!! però posso dirti una cosa? ho provato a comprare il cioccolato equo e solidale. per me che sono abituata a livelli di cioccolato fondente amaro, quello ” povero ” mi ha lasciata insoddisfatta! 😦
      vorrei però che non mi si fraintendesse, per quello che concerne il lavoro minorile nei paesi del terzo mondo: sono da condannare e da vietare assolutamente! ma rimango dell’idea che i bambini di tutto il mondo devono vivere da bambini!

      • unpodimondo 16 ottobre 2011 / 21:05

        Anche nel commercio equo e solidale c’è cioccolato più buono e meno buono… Posso fare un po’ di pubblicità? Se cerchi il superfondentone ti consiglio il Mascao fondente extra 73% con fave di cacao di altromercato… cioè con le fave di cacao spezzettate dentro la pasta che lo rendono un po’ rustico e granuloso ma fondentissimo….

  8. Fabio 12 ottobre 2011 / 20:45

    Però adesso si è rovesciata la medaglia.
    E meglio vedere un 14enne che d’estate si guadagna qualche soldo o è meglio vederlo per strada col il culo di fuori, la sigaretta in mano, la bestemmia in bocca… ed il soldo dei genitori in tasca???

    Certo che poi quando sento parlare i politici del mondo… e se si pensa ai soldi specati da enti umanitari, che danno solo il 5% di quello che incassano, mi vien da dire “andate a fanculo tutti” perchè a tutti sta bene così… E’ una catena… paghiamo persone per aiutare altre, ma queste altre non vengono aiutate dai precedenti perchè magari il soldo che percepiscono proviene proprio da chi sfrutta…

  9. Chit 13 ottobre 2011 / 13:46

    Il lavoro minorile nell’attuale società che vive solo per il profitto, ha più valore e produce più utili degli indici di borsa o dei tassi d’interesse. Questa la triste verità!!

  10. Cle 26 ottobre 2011 / 17:30

    Il ceto proletario non era forse quello che avevanei figli la sua unica ricchezza?
    e non perché fossimo tutti come Cornelia, la madre dei gracchi, i cui figli erano i suoi preziosi gioielli, am perché tanti figli significavano si altre bocche da sfamare, ma sorpattutto altre braccia con cui lavorare e portare avanti la baracca.
    Lo stato di bisogno per definizione “legittima” (e ribadisco TRA VIRGOLETTE) la violazione delle regole.

    • mizaar 26 ottobre 2011 / 20:50

      purtroppo è una realtà tristissima e tangibile. però, come dice l’amico marco, è possibile orientare i mercati con comportamenti consapevoli e alternativi ( e mi chiedo quanti siano i disponibili a guardare al di là del loro naso, tutti i giorni, e a pensare che ci sono altri da noi che vivono nella più assoluta miseria ed emarginazione )

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